Val Meraviglie e Fontanalba (Barocelli 1921)

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Barocelli 1921

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Barocelli P. 1921. Val Meraviglie e Fontanalba (Note di escursioni paletnologiche), Atti della Società Piemontese d’Archeologia e Belle Arti, vol. X, fasc. 1, 51 pp., X tavv.
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[editor’s note: this 1921 paper expresses the first complete archaeological and chronological framework of the Mt. Bego petroglyphic complex; the author, Piero Barocelli was the archaeologist charged with the area, which was at this time managed by the Italian Royal Archaeological Superintendence; Clarence Bicknell, during the last years of his life, passed to him the baton of the research]

by Piero Barocelli – 1921


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TRACCE digital reprint. Original reference:
Barocelli P. 1921, Val Meraviglie e Fontanalba (note di escursioni paletnologiche), Atti della Società Piemontese d’ Archeologia e Belle Arti, vol. X, fasc. 1, 51 pp., X tavv.

Publisher: Fratelli Bocca, Librai di S.M., 1921, Torino


SOCIETÀ PIEMONTESE DI ARCHEOLOGIA E BELLE ARTI – TORINO
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PIERO BAROCELLI

VAL MERAVIGLIE E FONTANALBA

(NOTE DI ESCURSIONI PALETNOLOGICHE)





TORINO
FRATELLI BOCCA

LIBRAI DI S. M.

1921

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Barocelli1921SPABA_cover

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PROPRIETÀ LETTERARIA
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Estratto dagli Atti della Società Piemontese d’Archeologia e Belle Arti, vol. X, fasc. 1.
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Bene Vagienna – Tipografia Editrice Francesco Vissio

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VAL MERAVIGLIE E FONTANALBA

(NOTE DI ESCURSIONI PALETNOLOGICHE)

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     Non è mia intenzione trattare nella sua vasta complessità l’argomento delle scoperte fatte da Clarence Bicknell in quel­l’angolo del Piemonte che col massiccio di monte Bego si in­cunea nel territorio di Francia. Già pubblicò nel 1913 ampia relazione il Bicknell stesso (1), riassumendo i risultati di un quindicennio di perseverante lavoro, risultati che di quando in quando egli aveva già parzialmente comunicati a misura che procedeva nelle sue esplorazioni (2). Dalla fine dello scorso secolo in poi, in Italia e all’estero, quanti si occuparono delle incisioni rupestri preistoriche di vai Meraviglie e Fontanalba fecero capo per ogni notizia quasi esclusivamente alle pubbli­cazioni del Bicknell.

     Oggi che è venuto a mancare il valoroso Inglese, si è pure inaridita l’unica fonte cui si soleva attingere. Nessuna

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  1. C. Bicknell, A guide to the prehistoric rock engravings in the italian Maritime Alps, Bordighera, Bessone ed., 1913.
  2. C. Bicknell, Le figure incise ecc. (Atti d. soc. ligustica di scienze naturali, a. VIII, fasc. 4), Genova 1897- – On some remarkable rock drawings etc. (Proceedings of the soc. of antiquaries), 1897-98. – Osservazioni ulteriori sulle incisioni rupestri ecc. (Atti d. soc. lig. di sc. nat., a. X, fasc. 1), 1899. – The prehistoric rock engravings in the italian Maritime Alps, Bordighera, 1902. – Further explorations etc., Bordighera, 1903. – Incisioni rupestri nuovamente osservate ecc. (Atti d. soc. lig. di sc. nat., vol. XVII), 1906. – Nuovo contributo alla cognizione ecc. (Atti d. soc. lig. di sc. nat., vol. XIX), 1908. – Incisioni rupestri, ecc. (Atti d. società italiana per il progresso delle scienze, VI riunione, p. 703 segg.), 1912. – Nouvelles découvertes, etc. (Revue préhistorique, del dott. Raymond, anno VI, p. 110), 1911.


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rivelazione esce più dalla deserta piccola casa in cui, ai piedi del monte, il Bicknell chiuse la sua giornata sì bene spesa a pro’ della scienza. Adesso, forse più di prima, le incisioni di monte Bego sono riconosciute come fatto etnografico di capitale importanza (1), ma più di prima si sono chiuse nel loro grande mistero (2).

     Le rocce di monte Bego rimangono scoperte dalle nevi solo ­pochi mesi dell’anno, e l’intera regione delle incisioni è tutto l’anno aspra a percorrersi. Le difficoltà di accesso e di. permanenza in quei luoghi privi di abitati, lontani da ferrovie, senza comodi mezzi di comunicazioni, sono anche uno dei motivi che renderanno sempre ardua la continuazione dell’opera del Bicknell.

     Da escursioni fatte nei passati anni a monte Bego – escursioni pur troppo fugaci – riportai un certo numero di calchi delle in­cisioni (3), i quali, ridotti dalla fotografia ad un sesto circa del vero, qui pubblico (Tav. I, II, III, IV) accompagnandoli con brevi Note, dirette ad illustrarli. Per lo stesso scopo vi unisco pure alcune fotografie inedite del Bicknell (Tav. VII, VIII, IX, X) e disegni ricavati da altre fotografie (4) e disegni del Bicknell stesso (Tav. V, VI).

     Le fotografie furono concesse per questa pubblicazione dalla cortesia dell’erede s. E. Berry.

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  1. Issel, Liguria preistorica (Atti d. soc. ligure di storia patria, XX), Genova, 1908, pag. 496.
  2. Cartailhac, presso Bicknell, A guide, 31.
  3. Furono ricavati col sistema preferito dal Bicknell, sistema che dà al calco una sufficiente evidenza nella riproduzione fotografica. E’ descritto più avanti.
  4. Per le fotografie e i disegni da queste ricavati non sarebbe possibile determinare il rapporto colle dimensioni reali delle incisioni. E’ molto vario.

 



I

Studi ed esplorazioni del Bicknell

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     Clarence Bicknell era uscito da una famiglia nella quale era tradizionale un vivo amore alle cose d’arte. Fin dalla gio­vinezza il futuro disegnatore delle incisioni rupestri si era, con frutto, esercitato nella pittura, specialmente di paesaggio e di fiori. All’università di Cambridge si laureò in matematiche, ma ben presto questi studi furono da lui messi da parte: fu ordinato prete, e fu curato in una delle parrocchie più povere di Londra. A 36 anni lasciò Londra e l’Inghilterra, né vi fece più ritorno se non occasionalmente. Venne in Italia, e si stabilì a Bordighera. Forse gli faceva desiderare il dolce clima della Riviera la lieve bronchite cronica di cui egli si diceva affetto, male che tutta­via non gli tolse di essere, ancora a settant’anni, un forte cam­minatore.

     A Bordighera venne a trovarsi in una regione di flora ricchissima sia per ragione di clima, sia per condizioni topo­grafiche. In breve spazio vi si passa dalle piante della Riviera a quelle delle vette apenniniche. Il Bicknell in tre o quattro anni di lavoro si pose in grado di pubblicare uno splendido volume, « Flowering plants and ferns of the Riviera », con molte tavole che egli stesso aveva disegnate e dipinte dal vero; e qualche anno dopo una « Flora of Bordighera and San Remo », in cui sono elencate oltre 1700 piante della regione.

     Ma un nuovo e ben diverso campo intanto si veniva of­frendo alla attività del Bicknell.

 

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     Chi si accinge a risalire la valle della Roia, scorge fin da Ventimiglia la vetta di monte Bego. A San Dalmazzo di Tenda dalla valle della Roia si dirama verso est quella della Beonia per cui si ascende alle Mesce, punto dal quale, proseguendo nella stessa direzione, si costeggia a sud-ovest monte Bego fino a vai Meraviglie. Se invece dalle Mesce si volge a nord si im­bocca vai Casterino che segue le falde orientali del monte.

     Dai dossi di monte Bego scende ad est la valle di Fontanalba ed a sud la Vallauretta.

     È questa la regione delle incisioni rupestri preistoriche, le quali presero il nome da monte Bego. Le prime di cui si era avuta notizia, erano state quelle di vai Meraviglie, ma il più gran numero fu poi trovato, per opera del Bicknell, in val Fontanalba. Le incisioni più basse si incontrano a circa 1900 metri di altezza sul mare, le più alte a circa 2600. Quasi tutte furono scolpite sulla superficie di rocce levigate dai ghiac­ciai. Le rocce sono costituite da anageniti e argilloschisti. Qualche conglomerato. Incisioni si trovano anche su massi er­ratici o franati dall’alto.

     Fin dal 1881 il Bicknell in un’escursione botanica ai laghi di val Meraviglie aveva cominciato ad interessarsi alle incisioni. Tornò lassù nel 1885, e ne copiò una cinquantina, ma senza deliberato proposito di farne oggetto di studio. Fu soltanto nel 1897 che egli iniziò continuate e regolari ricerche fermando nei mesi estivi la sua dimora in val Casterino a sole due ore di cammino dalle prime incisioni di val Fontanalba.

     Le incisioni non erano sempre facili a scoprirsi. Quando furono scolpite, dovevano avere una sufficiente evidenza, benché eseguite con punteggiature di piccolissimo diametro e pochis­simo profonde (uno a cinque mm.). La superficie di quelle rocce è, per naturale alterazione, generalmente colorata in giallo-giallo rossastro o verdastro, od anche in rosso sanguigno. Il

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fondo dell’incisione, ossia il color grigio proprio della roccia, doveva bene spiccare sul colore della superficie. Ma oggi, lad­dove anche il colore del fondo fu, dall’opera del tempo, alte­rato, e dove gli agenti naturali hanno rosa la superficie, o mac­chie di natura vegetale o detriti terrosi l’hanno velata, l’esistenza delle incisioni sfugge facilmente anche ad un occhio esercitato alla loro ricerca. Al Bicknell stesso accadde di non più ritrovare incisioni già da lui vedute e copiate. Molte figure poi, si di­rebbe le più importanti, furono scolpite, forse non a caso, in luoghi reconditi o poco meno che inaccessibili. Ciò fa ram­mentare le decorazioni di uomini e animali che l’uomo sopra­quaternario dipinse nei meno visibili recessi delle grotte di Altamira e della Dordogne. Anche le pitture totemistiche dei sel­vaggi australiani si trovano su rocce remote considerate tabù per le donne, i fanciulli e i non iniziati (1).

     L’area occupata dalle singole figure è molto variabile. Da poco più di qualche centim. quadr. si arriva a figure, che oc­cupano uno spazio di 3 m. quadr. La misura più comune si aggira intorno ai 4 decim. quadr. Talvolta sono isolate, tal’altra intere rocce ne sono fittamente coperte. Non è raro il caso di figure sovrapposte, in parte l’una all’altra. In qualche roccia attorno all’area occupata da una figura o gruppo di figure si vedono segnate linee continue di delimitazione, invero non sempre rispettate dalle figure limitrofe.

     In parecchie pubblicazioni, anche prima di quelle del Bi­cknell, si ebbero saggi delle incisioni di monte Bego, buoni in generale. Quanto all’interpretazione, per alcuni generi di figure non vi sono serie difficoltà dal punto di vista dell’identifica­zione approssimativa dell’oggetto, ma per altri generi le inter-

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  1. I. Déchelette, Manuel d’archéologie préhistorique, celtique et gallo-romaine, vol. I, pag. 269.

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pretazioni sono varie ed incerte, e vi sono moltissime figure, che delusero finora ogni conato diretto a spiegare ciò che ve­ramente, secondo la mente dell’artista, dovrebbero rappresentare.

     I primi che delle meraviglie diedero notizie, non avevano veduto né i luoghi né le incisioni. Ne pubblicarono, per sen­tito dire, descrizioni di fantasia. Il Gioffredo, storico delle Alpi Marittime nel secolo XVII, parla di uccelli, pesci, stru­menti meccanici, insegne romane, avvenimenti strani e favolosi, variamente espressi (1). F. G. Fodéré in un “Voyage aux Al­pes Maritimes” (2) vide cavalli, torri, carri falcati, iscrizioni cartaginesi. Tutte cose che nessuno vide più. Vi fu anche chi andò sul posto, e non vide altro che le traccie degli antichi ghiacciai (3). Vide bene invece uno scienziato inglese, M. Moggridge, in due giorni di esplorazioni in val Meraviglie nel 1868 (4); e, dopo di lui, nel 1877, E. Rivière, che, per in­carico ufficiale del governo francese, visitò pure le Meraviglie, vi si fermò dieci giorni, e, avendo copiato 408 disegni, pub­blicò poi quelli che gli parvero più caratteristici (5). Ma egli, non aveva visto che una breve zona in principio di val Mera­viglie. Un poco più in su salì nello stesso anno L. Clugnet, e in una giornata di lavoro poté, molto frettolosamente, co­piare 150 figure (6).

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  1. P. Gioffredo, Storia delle Alpi marittime, 1650. Pubblicata a To­rino, 1824. Vol. I, pag. 67.
  2. C. Fodéré, Voyage aux Alpes Maritimes, Paris, 1821.
  3. Henry, Une excursion aux lacs des Merveilles etc. (Annales de­ la Société des Lettres et des Alpes Maritimes, t. IV), Nizza, 1877.
  4. Moggridge, The Meraviglie, (Proceedings of the International Congress of Prehistoric anthropology and Archeology), London, 1868.
  5. Paris, 1878, fra le comunicazioni al Congresso della Società fran­cese per il progresso delle scienze (VII Sezione).
  6. L. Clugnet, Sculptures préhistoriques etc. (Matériaux pour l’histoire primitive et naturelle de l’homme, vol. XII, pp. 379-387), Toulouse, 1877.

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     Dopo un’esplorazione in val Meraviglie fatta l’anno se­guente, un bibliotecario di Nizza, Ed. Blanc, scrisse di avervi tro­vati incisi strumenti per caccia e pesca, e osservò che mancar vano disegni di case e di aratri (1). Gli aratri vi sono cer­tamente, e quanto agli strumenti di caccia e pesca, si tratta di interpretazioni fin ora molto vaghe. Egli si domandò anche perché in Fontanalba le incisioni mancano. E’ la zona dove più abbondano. Emanuele Celesia per il primo ve ne copiò nel 1885 circa 70. Ma il dotto professore non vi aveva passate che poche ore di una sola giornata, ed il Bicknell afferma di non aver potuto, sul posto, riconoscere parecchie delle fi­gure che il Celesia pubblicò (2).

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     Era press’a poco a questo punto la conoscenza che si aveva delle incisioni di monte Bego, quando il Bicknell si mise al­l’opera. Le sue esplorazioni durarono dal 1897 al 1918, anno in cui morì (3). Nei primi anni egli soleva soffermarsi per qualche settimana durante i mesi estivi in una casa di val Casterino, la sola abitabile in tutta la vallata. Si fece poi, nel 1905, costruire nella stessa val Casterino, presso un’antica cappella dedicata a Santa Maria Maddalena, una casetta per la state, a 1500 m. sul mare, lontana quattro ore di cammino dal più prossimo centro abitato. Di là egli si spingeva su per i sentieri della montagna; e quando i posti da raggiungere non gli per­mettevano il ritorno in giornata, partiva da Casterino colla tenda sotto cui passare la notte.

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  1. E. Blanc, Études sur les sculptures préhistoriques du Val d’Enfer, Cannes, 1878.
  2. Celesia, nel Bollettino Ufficiale del ministero della pubblica istruzione, vol. XII, maggio, 1886.
  3. Era nato presso Londra l’anno 1842.

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     Delle 14.000 e forse più incisioni dal Bicknell scoperte, circa 5.000 sono di val Meraviglie, intorno a 9.000 di val Fontanalba e poco meno di due centinaia di Vallauretta, Valmasca e col Sabbione. Di molte egli fece fotografie e disegni, ed inoltre su circa 3.000 fogli egli fermò l’impronta di tutte le figure a mano a mano che le scopriva. I soliti calchi con carta inumidita mal si prestavano alla bisogna. Il Bicknell ricavava le impronte a secco premendo sulle incisioni una carta forte senza colla, e passando sulle risultanti asperità una cera annerita. Seppure questa specie di calchi non riproduca le incisioni nel­l’effettivo loro aspetto ottico, dà una fedele e sufficiente idea delle figure e le esatte loro proporzioni (1).

     Tutti i calchi furono dal Bicknell lasciati come legato al museo civico di Genova. La loro conservazione è preziosa: si potrà sempre ricorrervi anche per incisioni che per svariate cause andassero col tempo disperse o distrutte.

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  1. Il vero effetto ottico delle rocce incise si può piuttosto rilevare dalle fot. 2 della tavola VIII e 4 e 5 della tav. IX.

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II

L’età delle incisioni

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     Che le incisioni risalgano a tempi preistorici, oggi non è messo più in dubbio, come non è dubbio che nel loro com­plesso sieno il frutto di un lavoro di lunga durata. Se la loro esecuzione non rivela vere attitudini artistiche, dimostra di solito una certa abilità acquisita coll’esercizio. Non potevano quindi essere in molti annualmente a disegnarle e scolpirle. Quando poi si consideri, che è breve il periodo, in cui quelle rocce restano libere dalle nevi, è forza concludere, che, se tutti gli anni in determinate ricorrenze si tornava lassù ad incidere, non potevano essere molto numerose le incisioni annualmente lavorate. Si aggiunga, che alcune parti della regione restano tuttora da esplorare (1), e forse non poche incisioni ancora da scoprire. Se infine si tien conto che molte certamente an­darono perdute per erosioni, frane, seppellimenti naturali, non può non ammettersi, che l’immenso lavoro deve essere stato l’opera, non di pochi anni, ma di molte generazioni. E forse vi furono anche intervalli più o meno lunghi in cui non si lavorò.

     Prove della lunga durata del lavoro si potrebbero pur ri-

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  1. Specialmente sopra i laghi Lunghi, verso i laghi del Trem e del Car­bone e sulle coste che salgono alla cima del Diavolo ed all’Arpeto. « There are probably more on the purple rocks round about the laghi Lunghi and other lakes, on which kind of rocks it is by no means easy to find them ». (Bicknell, Guide, cit., p. 101). Dove però il Bicknell stesso diresse più spe­cialmente le sue ricerche, e cioè in val Fontanalba, ben poco è da presumere possa più essere scoperto.

 

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cercare nei vari tipi degli oggetti rappresentati e nelle disu­guaglianze che si osservano nel modo di rendere le figure. E ben difficile che cotali diversità dipendano esclusivamente da diversità negli intendimenti e nell’abilità dei singoli esecutori. Già per sé sole esse starebbero a dimostrare un non breve periodo di tempo, quale può essere occorso per una evidente evoluzione nei tipi di materiali e nelle attitudini di una gente che probabilmente fu sempre la stessa.

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     Vi fu chi giudicò di pietra tutte le armi e strumenti fi­gurati sulle rocce di monte Bego (1), e chi senz’altro fece ri­salire all’età della pietra tutte le incisioni. Sono opinioni emesse, oggi possiam dire, un po’ affrettatamente, ma è quasi certo che tra i manufatti disegnati quelli di pietra non mancano, benché per alcune figure non sarà forse mai possibile un’as­soluta affermazione se essi rappresentano manufatti di pietra o di metallo. Sembrano con ogni probabilità litici quelli, ad esempio della nostra tav. I 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 9; ma sono senza fallo metallici quelli della tav. II 2, 4, 6, 9, 10, 11, 13. Baste­rebbe l’immanicatura con chiodi o borchie a dimostrarlo.

     Per i manufatti che si giudichino di pietra resterebbe poi a ricercare se e quali di essi dobbiamo riferire all’età che dai manufatti litici prese il nome, età che in Liguria si protrasse forse più che nelle regioni limitrofe. Ben sappiamo che

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  • (18) A. F. Prato, Sulle iscrizioni simboliche del lago delle Meraviglie (in Rivista del club alpino italiano 1884). S. Navello, Impressioni sulle iscrizioni simboliche, ecc. (in Bollettino del Club alpino italiano, 1884).

Tavola I
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vari tipi di oggetti litici rimasero di uso comune non solo nel­l’età eneolitica, ma anche nell’età del bronzo. Se poi, come pare, a monte Bego ci troviamo davanti ad un fenomeno anche di carattere religioso, giova rammentare, che presso tutti i popoli e in tutti i tempi si è vista connessa col rito l’arcaicità dello strumento e del costume.

     Se le figure 5 e 6 della tav. V rappresentano l’accetta od ascia levigata, lo strumento più caratteristico della civiltà neo­litica, mancherebbe, come si vede, l’ordinario manico.

     In altre incisioni (tav. I 2, 4; V 1, 2) pare di vedere pugnali litici, quelle belle lame di selce cioè, che, rare in Li­guria, sono abbastanza comuni nel resto dell’Italia continentale (1), e vengono classificate ordinariamente fra i materiali eneolitici. Secondo il Pigorini, la evoluzione di queste lame dai manufatti amigdaloidi è dovuta ai discendenti delle stirpi pre-liguri (2).

     Non potrebbesi in modo assoluto escludere che siano li­tiche le cuspidi di freccia (?) della tav. V 3 e 4.

     Gli strumenti della tav. l 1, 3, 5, 6, 7, 9 sono vero­similmente i mazzuoli litici forati, di cui il Patroni ed il Bat­taglia tracciarono l’evoluzione dal neolitico alle prime fasi del­l’età del bronzo (3). Nel riconoscere però queste figure non sono possibili determinazioni precise. La sottigliezza dei manici, specialmente, confermerebbe che trattasi di oggetti litici forati. È carattere generale di questi oggetti il piccolo diametro del

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  1. Colini, in Bull. di paletnol. ital., XXV (1899), p. 257 segg.
  2. Bull. di paletnol. ital., XXXVI (1910), p. 6-7.
  3. R. Battaglia, Materiali per lo studio del periodo eneolitico nel Veneto (Atti d. Società dei Naturalisti e Matematici di Modena, ser. V, vol. 50, pag. 48 segg.), 1919-1920. G. Patroni, in Bull. di paletnol. ital., XXXIV, pag. 192 segg. Colini, in Bull. cit., XXVI (1900), pag. 96 segg. e Martelli e mazzuoli litici rinvenuti in Italia, (in Bull. cit., XVIII, (1892) pag. 149 segg.)

 

12   –   ARCHEOLOGIA E BELLE ARTI
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foro. Il foro piccolo non indebolisce la pietra, e del resto trattasi di strumenti, la cui azione è esercitata essenzialmente dal peso.

     Nella figura 9 si direbbe anche, che il manico sporge superiormente. I mazzuoli delle figure 1 e 3 avrebbero, come la maggior parte degli oggetti congeneri finora noti, il taglio parallelo al manico, ad uso di accetta : in quello della figura 1 parrebbe vagamente vedersi quel rigonfiamento attorno al foro, che si ravvisa nei tipi eneolitici più perfezionati. La figura 6 darebbe l’idea di taglio perpendicolare al manico (mazzuolo-ascia), se pur non trattasi di una piccozza come in genere le altre. Il Taramelli ne figurò recentemente una, con foro, di una officina fusoria nuragica (1). Fra cotali piccozze, di varie età, se ne trovarono anche di scanalate anziché forate – il che però in queste figure di monte Bego non apparirebbe – e si ritenne che fossero adoperate nelle miniere. In Francia paresi adoperassero per scavare la selce (2). A questo proposito si può qui citare l’opinione di chi (3) sulle rocce di monte Bego giudicò disegnati piani di miniere, e attribuì le incisioni ai minatori, che in tempi non molti remoti scavavano il minerale

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  1. Taramelli, in Monumenti antichi dei Lincei, XXV, col. 120-121, fig. 120.
  2. Déchelette, cit., I, pag. 530. Per l’Italia vedi Mochi, Indizi di miniere preistoriche di cinabro nella regione dell’Amiata (in Bull. cit., XLI, pag. 5 segg.).
  3. A. Roccati, Il bacino della Beonia, (Rivista del club alpino ita­liano, 1914) e Glaciazione nelle Alpi Marittime (Riv. cit., 1916). Celesia, op. cit. Singolare rassomiglianza, dovuta con quasi certezza al solo caso, hanno alcune figurazioni a reticolato di monte Bego (tav. VI) con quelle delle mo­nete salasse illustrate dal Pais (Sulla romanizzazione della Valle d’Aosta, in Rendiconti d. Lincei 1916 ed in «Dalle guerre puniche ad Augusto», p. I, pag. 408 segg. Figure anche in Atti della Società piemontese di archeologia, V, p. 146). Il Pais ritiene che questi reticolati sulle monete salasse figurino un si­stema di lavaggio delle sabbie aurifere della Dora Baltea.

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di piombo ai piedi del monte (miniere di Vallauria). Non so se l’ipotesi troverà qualche giustificazione in venture scoperte. Po­trebbe anch’essa contenere parte di vero per ciò che riguarda l’intervento anche di scavatori delle miniere.

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     Potevano essere di pietra gli strumenti stessi con cui le incisioni furono eseguite. L’Issel ed il Bicknell lo affermano (1). La punteggiatura con cui le figure sono rese, è talora così fine, che rivela l’uso di uno strumento ben acuminato.

     È probabile che spesso lo strumento si adoperasse battendone la punta sulla pietra a mano libera. Ne è prova in molte incisioni la frequente incertezza dei colpi. In via di eccezione qualche volta alla punteggiatura è sostituito un solco continuo, ed an­che questo, come i punti, è pochissimo profondo (tav. II 2, 11, 12, 14, 15, 16, 19). In tale ultimo caso, come forse per la parte maggiore delle figure punteggiate, è da ritenere che si adoperassero due strumenti, scalpello e mazzuolo.

     Le figure di maggiori dimensioni sono generalmente quelle di disegno e di punteggiatura più rozzi. Si direbbero le più antiche; e per esse probabilmente furono anche adoperati più rozzi strumenti. Ad ogni modo, almeno per gran parte delle incisioni, non si può escludere l’impiego di strumenti di pietra tanto più che — mi riferisco ad un pensiero sopra manifestato — a monte Bego, quando pure erano in uso strumenti metal­lici, poteva essere di rito l’impiego di strumenti di pietra.

     Il Bicknell si doleva di non aver mai potuto trovare in tutta la regione un solo avanzo di strumento preistorico, né di pietra, né di metallo. Noi sappiamo soltanto di una bipenne di

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  1. Issel, op. cit., p. 491. Bicknell, Guide, cit. p. 37.

 

14   –   ARCHEOLOGIA E BELLE ARTI
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pietra trovata nella regione, pare, dell’Arpeto, il passo che da val d’Inferno mette in val Gordolasca (1).

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     I manufatti che in tutta Europa segnano la fine dell’età della pietra e l’inizio della civiltà dei metalli, sono, com’è noto, la larga lama triangolare piatta o provvista di tenue cresta mediana e l’accetta (od ascia) piatta; tutte e due di rame, o di bronzo poverissimo di stagno.

     Quanto all’accetta, è raro incontrare a monte Bego una figura, che ne dia l’idea (tav. V 12; VI 100). Frequenti invece le figure di lame a profilo triangolare o foliato o vario.

     Forse non sarà mai possibile per queste figure, che il netto contorno indica come rappresentazioni di lame metalliche, una determinazione cronologica, anche solo approssimativamente, esatta. Sappiamo che i più antichi esemplari di rame erano, in genere, di piccole dimensioni, ma nelle figure di monte Bego non sarebbe possibile dedurre le dimensioni reali del manufatto, e, d’altra parte, i disegni sono troppo schematici perché sia concesso riconoscervi tutte le particolarità, che du­rante l’età del bronzo furono il risultato del perfezionarsi della larga lama triangolare primitiva.

     Le incertezze, dal punto di vista della cronologia, aumen­tano ove si consideri, che nella Liguria, aspra e povera, le civiltà antiche continuarono sempre ad avere un carattere arcaico in confronto dell’alta e media Italia. In varie figure è evidente l’allungamento della lama, il che esclude possano riferirsi al tempo, in cui queste primamente apparvero.

     Alcune figure (tav. I 10, 12, 13, 14, 15, 17, 18,

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  1. Angelucci, Le armi di pietra donate da S. M. Vittorio Ema­nuele II al Museo Nazionale d’artiglieria. L’indicazione « Arpeto » è dovuta all’Issel, op. cit., pag. 506.

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21, 22; II 5; V I, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 23, 26, 28; IX 3; X, 5), che, per la maggior parte almeno, si direbbero pu­gnali, non possono non richiamare quelli delle statuette virili fittili dell’antichissimo santuario di Petsofà (Creta), del piccolo bronzo del guerriero di Teti (Sardegna), delle stele antropoidi di Fivizzano (Lunigiana). (1) Durante le prime fasi della civiltà del bronzo questo pugnale fu, prima che gradatamente allun­gandosi desse origine alla spada, l’arma comune in uso dal Mediterraneo alla Scandinavia. Nelle figure tav. II 5; V 26; IX 3 e X 5, è evidente che il pugnale venne figurato con tutti i suoi fornimenti: il fodero, cioè, e il cingolo o balteo di sospensione.

     In vari luoghi d’Italia e d’oltralpe si raccolsero, molto scarsamente, alcune di siffatte lame triangolari, alle quali il tempo non aveva potuto far sparire l’impugnatura perché me­tallica o di corno (2). Nella maggior parte degli esemplari

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  1. Per le statuette di Petsofà vedi: Dussaud, Les civilisations préhelléniques dans le bassin de la mer Egée, 2ª ed., Paris, 1914, pag. 59 e fig. 36 a pag. 57; Déchelette, cit., II, pag. 57, fig. 36. Le statuette di Pet­sofà appartengono al principio della età del bronzo (periodo minoico medio I). Il piccolo bronzo di Teti è riprodotto in Déchelette, op. cit., II, fig. 23 a pag. 76 ed in Perrot et Chipiez, Histoire de l’art, IV, Sardaigne, pag. 66, fig. 52. Per le stele di Fivizzano vedi U. Mazzini, Statue-menhirs di Lunigiana, (Bull. di paletnol. ital., XXXV, 1909); Déchelette, op. cit., II, pag. 487 segg.; Montelius. Vorklasssiche Chronologie, testo, pag. 18. Il Déchelette con prudenza, il Montelius in modo assoluto, attribuiscono le dette stele alla prima fase della età del bronzo.
  2. Dei pugnali eneolitici e delle prime fasi dell’età del bronzo trattò ampia­mente il Colini nella memoria: Il sepolcreto di Remedello Sotto nel Bre­sciano (Bull. di paletnol. ital., XXVII, pag. 73 segg.). Per le lame della piena età del bronzo vedi Castelfranco, Sepolcreto della Scamozzina (Bull. predetto, XXXV). Il Montelius attribuisce detto sepolcreto al suo 3° periodo della età del bronzo (Vorklass. Chron. cit.)
    Per le lame con impugnatura a pugnale trovate in Italia vedi Colini, 1. c., pag. 93, 106-107, 110 ed in Bull. predetto XXIX, pag. 216 e fig. 34; Pigorini, in Tomba della primitiva età del bronzo, ecc., (Bull. predetto, XXVI, tav. I); Montelius, Vorklassiche Chron cit., testo, pag. 184. Per simili impugna­ture d’oltralpe vedi Montelius, 1. c., pag. 185 e Déchelette, op. cit., II, p. 190.

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giunti a noi (di questi, alcuni dell’Emilia), attribuibili, in ge­nere, alle fasi iniziali della età del bronzo, la lama è a base tondeggiante, e ad essa è inchiodata la impugnatura con una curva non priva di eleganza. Il che non appare nelle figure di monte Bego, che fino ad ora potei esaminare, e che presen­tano invece angoli più o meno vivi alla base della lama press’a poco come, ad esempio, nelle già ricordate stele di Fivizzano. (1) Potrebbe pertanto trattarsi di lame a codolo o a breve linguetta inserita nella impugnatura, oppure di quelle altre lame della piena età del bronzo a lungo e largo codolo fuso in uno colla lama. Ma di solito anche in queste lame una ben fatta impugnatura (2) toglieva l’inelegante profilo, visibilmente triangolare, delle figure di monte Bego. Una ragione di incer­tezza cronologica circa le figure di pugnali incise a monte Bego potrà trovare anche chi osservi, ad esempio, quanto esse nel loro profilo ricordino il pugnale protoetrusco di Corneto (3) e la spada simbolica in miniatura di Castel Gandolfo attribuita dal Montelius alla fine della età del bronzo (4).

     Certamente le scoperte finora avvenute di utensili e armi preistoriche non ci hanno rivelati tutti i tipi di manufatti, che in quell’età furono in uso. L’ogiva lasciata senza punteggiatura nella lama della figura 15 tav. I non si saprebbe come interpre­tare. Uno spacco di quel genere alla base della lama l’avrebbe singolarmente indebolita. Probabilmente si tratta della sommaria

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  1. Sembra far eccezione il pugnale delle Meraviglie, tav. VI 101, nel quale, per quanto rozzamente disegnato, si può ravvisare la lama a tallone tondeggiante inchiodato all’impugnatura come negli esemplari di pugnali im­manicati sopra ricordati.
  2. Vedasi il pugnale della terramara di Gorzano, attribuito dal Monte­lius al terzo periodo della età del bronzo (Montelius, , cit., tav. 4, 12; Civilisation primitive etc., tav. 16, fig. t.
  3. Montelius, Chron. cit., tav. 11, fig. 6; Civ. cit., tav. 278, fig. 6.
  4. Montelius, Chron.cit., tav. XVII, fig. 3; Civ. cit, tav. 139 fig. 12.

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rappresentazione di un disegno ornamentale analogo a quelle finissime incisioni con cui furono, ad esempio, decorati i pu­gnali di Castione dei Marchesi (1).

     Nella figura 15, tav. I, la lama, al contrario delle altre, non è resa nel disegno con punteggiatura in pieno. Che siasi voluto riprodurre l’ornamentazione della lama, oppure la co­stolatura in rilievo sulla lama stessa? In questo pugnale la traversa dell’impugnatura sporge leggermente come in altro della tav. V 23. E da accostargli, sotto questo riguardo, il pugnale di bronzo (lama ed impugnatura fuse insieme) della terramara di Castione (2).

     Probabilmente esagerata è la traversa dell’impugnatura nella figura 17, tav. I; ma ricorda il pugnale svizzero del la­go di Morat (3) e quello, pure di bronzo, trovato presso un nuraghe nel territorio di Oliena (Sardegna) (4).

     Le figure 12 della tav. I e 17 e 19 della tav. V presen­tano singolari lacune lineari nelle impugnature. Secondo il Bicknell simili lacune rappresentano varietà di materia onde era costituito l’oggetto stesso (5).

     Nella fig. 2, tav. I, l’impugnatura, oltreché tondeggiante, è anche molto breve. Non è da escludere, come già si è osservato, data anche la poca rigidezza dei contorni, che vi sia rappresentata, piuttosto che un manufatto metallico, una bella lama di selce minutamente scheggiata.

     Notisi la lama ricurva della figura 22, tav. V. A propo-

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  1. Montelius, Civ., cit., tav. 27, fig. 9, 10.
  2. Montelius, Chron., cit., tav. 4, 15 (3a età del bronzo); Civ., cit., tav. 14, fig. 10.
  3. Munro, Les stations lacustres d’Europe, Paris, 1908, pag. 75, fig. 8, n. 19.
  4. Monumenti antichi dei Lincei, XI, col. 144, fig. 82.
  5. Bicknell, Guide, pag. 48.

 

18   –   ARCHEOLOGIA E BELLE ARTI
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sito delle figure di monte Bego non è il caso di domandarsi se trattasi sempre di armi o anche di utensili, tanto più che mancano le dimensioni degli originali, e che questi appartengono a tempi in cui il più delle volte utensile si confondeva con arma.

     Il Colini osservò, parlando delle lame di tipo eneolitico, che i ritrovamenti avvenuti sono troppo rari perché si possa pensare ad usi comuni, per quanto talora non sia da escludere, per gli esemplari più piccoli, un uso di coltelluccio. Ad ogni modo, dato che le figurazioni di monte Bego abbiano, come è proba­bile, relazione con qualche culto locale, e dato pure che talune incisioni rappresentino piccole lame, sembra che nei casi dubbi debbasi pensare piuttosto ad armi che a piccoli strumenti di uso comune.

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     La grandissima parte delle lame di rame o di bronzo, di forma triangolare o foliata, che giunse a noi, fu trovata priva di impugnatura, sicché solo per congettura possiamo giudicare, in qualche caso, se erano esse immanicate a modo di pugnale o non piuttosto con manico traversale.

     In Italia finora, nei ritrovamenti preistorici, fu di rado ri­conosciuto l’elegante manufatto della tav. II 2, 4, 10, 11,. 13; V 10, 11. È l’arma preistorica di bronzo, che negli au­tori inglesi è detta halberd. I Francesi la chiamano hache-poignard. In Italia il Colini a manufatti di uso simile diede il nome di accette d’arme (1). È in queste figure evidente la

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  1. Colini, in Bull. di paletnol. ital., XXV, a. 1899, pag. 9-10, parla di grandi e regolari lame litiche di forma lanceolata in uso presto gli indigeni dell’Australia, le quali con manico di legno od avvolte in pelli costituivano col­telli, adattate a lunghe aste erano cuspidi di lancia; c messe invece perpendi­colarmente al manico erano adoperate in guerra come accette d’arme ».

Tavola II
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lama a punta acuta e, come molte di quelle rimasteci imma­nicate a pugnale, a tallone più o meno tondeggiante che è inchiodato a guisa di accetta ad un’asta. È ormai riconosciuto, che questa è fra le più antiche armi dell’età del bronzo e coeva al pugnale triangolare già menzionato. Anche l’Hoernes è del parere che molte delle lame triangolari di rame non erano immanicate come pugnali ma come accette.

     Le figure 1, tav. II e 10, tav. V, hanno lame a base retta: qualche esempio non manca nei ritrovamenti. Singolari nella figura 19, tav. II, le quattro appendici piriformi alla base della lama, forse ornamenti. Varie volte a proposito di manu­fatti preistorici apparentemente d’uso poco pratico si è pensato ad insegne di comando. Il grosso punto che si trova nell’an­golo interno tra la lama e l’asta, se è il solo riprodotto nel­la fotografia del calco, è però da notare che fa parte di una corona di altri consimili punti, che circondano la stessa la­ma, press’a poco come attorno alla figura 9, tav. IV. Anche attorno a qualche altra figura di monte Bego si nota una con­simile aureola di grossi punti, aureola che verosimilmente ha uno scopo di distinzione, che ora a noi sfugge.

     Lame con tracce di inchiodatura ad un’asta si rinvennero in Ispagna, in Francia, in Irlanda, in Ungheria. Nella Germania del nord erano caratteristiche tali armi a manico interamente o parzialmente di bronzo, mentre altrove, per lo più, sembra che i manici sieno stati di legno. Il modello germanico, un po’ più recente, pare fosse ivi fabbricato secondo un tipo venuto dal sud (1).

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  1. Per le varie questioni su queste armi vedi: Déchelette, Manuel, II, pag. 196 segg. – Montelius, Chron, cit., testo, pag. 183. – S. Muller, L’Europe préhistorique, pag. 90 segg. – Hörnes, L’uomo (trad. ital.), Napoli. 1913, II, p. 250.

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     Quale l’uso? Armi destinate evidentemente a colpire da lungi. E’ pure l’opinione espressa dal Montelius a proposito di queste stesse figurazioni di monte Bego (1). Fors’anche a trasci­nare giù il nemico. Così si spiegherebbero in talune accette figu­rate di monte Bego le lunghissime aste e gli anelli di presa all’estremità inferiore, ed anche i nodi di appiglio che si ve­dono nelle aste portate da uomini nelle fig. 14, 15, 16, della tav. II.

     E tanto più agevolmente si spiegherebbero usi siffatti in quanto fra le lame di monte Bego immanicate ad un’asta ve­ne sono alcune fissate in modo da rimanere inclinate verso il basso. Così erano certamente alcune lame di rame e di bronzo, raccolte anche in Italia, nelle quali i fori del tallone per l’in­chiodatura all’asta, oggi mancante, sono disposti obliquamente all’asse della lama sicché mal si spiegherebbe una impugna­tura a pugnale. Alludo, ad esempio, alle lame di tipo eneolitico di Latronico, a quella di Montemerano della più antica età del bronzo, di Fojano (val di Chiana), di Cologna Veneta, di Pe­schiera (2).

     L’obliquità poi delle lame delle nostre figure 14 e 16, tav. V, fa ricorrere per confronto ad alcune vere piccole falci enee a lama ricurva, della Sardegna, che si adattavano all’asta o a mezzo di chiodini o a mezzo di occhio e che, come la nostra, figura 14, hanno la punta smussata. Il Pinza illustrandole e

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  1. Montelius, Chron., pag. 17 del testo.
  2. Per la lama di Latronico, vedi Rellini, in Monumenti antichi dei Lincei, XXIV, col. 511, fig. 35; vedi anche tav. I, 2. Lama di Montemerano: Colini, Bull, di paletnol. ital., XXIX, p. 216-17 e fig. 37. Lame di Cologna Veneta e di Fojano: Peet, The stone and bronze ages in Italy and Sicily, Oxford 1909, p. 429. Lama di Peschiera: Bull. di paletnol. ital., XXVII, p. 93 e fig. 127.

 

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segnalandone nella Sardegna stessa le forme di fusione (1), non trovava quelle falci in nessuna altra regione del Mediterra­neo ma solo nel nord in Irlanda e nella Gran Bretagna.

     Queste due figure di monte Bego farebbero anche pen­sare alla lama congiunta, verso il sommo, all’asta del tridente onde sono armati sul celebre vaso di Haghia Triada (Creta) i guerrieri in marcia solenne. Lame a becco ricurvo anch’esse, che al Pernier suggerirono l’idea di falci belliche (2). Da passi di Cesare e di Diodoro citati dal Pernier stesso, per tempi storici, ben più recenti, risulta l’importanza delle falces belliche per rescindere vallum et loricam, per tagliare in batta­glia le gomene e le sartie delle navi nemiche. E, aggiunge il Pernier, il becco poteva egregiamente servire ad agganciare in qualche parte l’armatura del guerriero nemico e trarlo giù di sella.

     Ma per qualcuna delle figure di monte Bego non devesi vedere che falci belliche e non manufatti atti a falciare erbe e messi? Taluna delle figure presenterebbe una lama considere­volmente lunga in rapporto alla larghezza; tuttavia bisogna pensare anche qui che in genere le figure di monte Bego non ci dànno idea delle dimensioni reali dei manufatti.

     Nell’età del bronzo era in uso la nota forma di falcetto di bronzo vicina alle nostre attuali, ed esemplari di dimen­sioni piuttosto considerevoli della cosidetta fonderia di Bologna, attribuita all’inizio della prima età del ferro, potrebbero quasi essere considerati falci (3).

     Giova notare che il falcetto a monte Bego è rarissimo fi­-

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  1. Pinza, Monumenti primitivi della Sardegna (Monumenti antichi dei Lincei, XI), col. 187, 85, tav. XVI, 31 e XVII, 3. Il Taramelli (No­tizie scavi, 1915, pag. 94) accenna alle simili dell’Italia continentale.
  2. Pernier, Il vaso di Haghia Triada (Monumenti antichi dei Lincei, XIII), col. 87 segg.
  3. Zannoni, La fonderia di Bologna, Bologna, 1888, tav. XXXII. Montelius, Civ. cit., tav. 69, fig. 7 e 12.

 

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nora, e di non sicura interpretazione. Ve lo avrebbe trovato il Celesia, ma il Bicknell non seppe più rintracciare il disegno dal Celesia pubblicato. L’incertezza del falcetto a monte Bego, concorrerebbe a far credere all’uso delle grandi falci, alle quali abbiamo accennato. Plinio, parlando de’ suoi tempi, distingue due maniere di falci, le corte e leggere che si usano in Italia, e le falci di maggiori dimensioni adoperate nei paesi gallici (1). Il Déchelette però dimostra, che i paesi del sud-est della Francia, e precisamente quelli abitati già da genti liguri, sono quelli che nei ritrovamenti diedero, in Francia, maggior copia di falcetti (2). E sono i paesi più vicini a monte Bego (3).

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     Gli indigeni australiani, che, ancor non molti anni addie­tro, avevano vere e proprie accette d’arme litiche, applicavano talvolta la lama all’asta, non a guisa di accetta, ma dritta a mo’ di lancia (4). A monte Bego quest’uso si direbbe igno­to. E’ peraltro da notare in proposito una singolarità: sono numerose figure che si direbbero quelle cuspidi enee di lancia a cannone apparse durante l’età del bronzo e rimaste in uso anche nei primi tempi dell’età del ferro (tav. V 24, 27; IX, 4), ma finora non si ebbe a riconoscere una sola cuspide di lancia immanicata. Così pure si trovano figure che ricordano cuspidi, di freccia (tav. V 3, 4), ma non una sola cuspide munita del­l’asta rispettiva, a meno che tale non sia l’asta che esce da

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  1. Nat. hist. XVIII, 67.
  2. Déchelette, cit., II, pag. 14.
  3. A monte Bego non ho trovate che le incertissime figg. 9, tav. V e 41, 42, tav. VI.
  4. H. Giglioli, La collezione etnografica, I, Australasia, Città di Castello, 1911, tav. a pag. 20.

 

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una specie di trofeo nella figura 2, tav. IX.

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     In una nostra fotografia tav. IX 8 si scorge impugnata da un uomo un’accetta avente un manico, che è ricurvo presso l’estremità superiore. Accette colla lama innestata in una rien­tranza della parte superiore del manico si trovano figurate su una guaina di bronzo della prima età del ferro del museo di Este, e ripetutamente si vedono disegnate su rasoi di bronzo raccolti in Italia. Anche una statuetta di bronzo trovata a Cupra Marittima è armata di un’accetta di questo genere, e fu attribuita alla fine dell’età del bronzo o al principio di quella del ferro. A fase più remota (quarto periodo dell’età del bronzo, secondo il Montelius) si fa risalire una piccola accetta-pendaglio rinvenuta a Tolfa (Coste del Marano), che riproduce quasi esat­tamente quella della nostra figura.

     Le accette di questo tipo furono anche giudicate armi da getto, ma la lunghezza del manico nella nostra figura non si accorderebbe con tale opinione. In quelle incise sui rasoi di bronzo fu ravvisato un carattere religioso (1).

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  1. Per le asce figurate su rasoi ed il loro supposto carattere di oggetti sacri, rituali o di amuleti vedi Rellini, di paletnol. ital.. XLII (1917), p. 30-31 e fig. 1 a pag. 11 (accetta a manico ricurvo incisa su rasoio lunato del sepolcreto delle acciaierie di Terni della prima età del ferro), e Latronico, in Monumenti antichi dei Lincei, XXIV, cap. 7. Il Ghirardini in Bull. di pa­letnol. ital. XXXVII (1911), pag. 90-93 illustra l’ascia bellica (di forme varie) in uso nella prima età del ferro ed in particolare la guaina di Este (tav. IV, fig. 2). Per l’accetta-pendaglio di Coste del Marano vedi Montelius, Chron, cit., pag. 35 del testo e fig. 106 del testo, e Colini, Bull. di paletnol. ital., XXXV (1909) pag. 190 e tav. XI, fig. 7. Un carattere simbolico sembra evidente nella accetta-pendaglio di un sepolcro bolognese di tipo Villanova, a

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     Fra gli strumenti a lungo manico del tipo delle supposte grandi falci ve n’ha qualcuno che fa dubitare di una vera e propria zappa, tanto più come sarebbe maneggiato nella nostra figura 18 tav. II. Altro strumento agricolo potrebbe essere il bidente della figura 4 tav. VII, e l’asta con estremità piegata ad an­golo retto della figura 20, tav. II. E’ pur notevole il coltel­laccio della tav. V 29, e specialissima la sagoma della lama nella figura 30, tav. V. Il primo sarebbe un tipo di origine balcanica importato nel nord d’Italia in piena età del bronzo (1).

     Rara è a monte Bego la cuspide di lancia con due anelli alla base per fissarla all’asta, che vediamo nella figura 11, tav. I. E’ attribuita alla età del bronzo (2).

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     Un’arma singolare, se arma, è quella della fig. 12, tav. II. Si direbbe una mazza munita di un cingolo come i pugnali delle figure 5, tav. II; 26, tav. V; 3, tav. IX. Il Bicknell du-

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  • manico ricurvo e sormontato da una anatrella (Notizie di scavi, 1893, pag. 186). L’accettina simbolica del territorio falisco (Monumenti dei Lincei, IV, col. 375 e tav. XII, 4) ha il manico sormontato da una anatrella, ma diritto. Per il piccolo bronzo di Cupra Marittima vedi Hoernes, op. cit., II, p. 296.
    Da passi di autori antichi risulta che Galli, e Spagnoli possedevano un’arma da getto, detta cateja, una specie di ascia a manico leggero e flessi­bile: come tali furono anche giudicate accette della forma di quella della no­stra figura tav. IX, 8; ma la identificazione è ben lungi dall’essere certa (Déchelette, Manuel, cit., III, pag. 1355 segg. E. Saglio alla voce Cateja nel Dictionnaire des Antiquités del Daremberg e Saglio. Grenier, L’armement des populations villanoviennes an nord de l’Apennin (Revue archéologique, serie IV, 9, pag. 12 segg.).
  1. Peet, op. cit. pag. 423.
  2. Bicknell, op. cit., pag. 49; Issel in Bull. pal. it., 1902, pag. 243.

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bitava che fossero mazze di pietra gli strumenti della tav. I 8 (questo potrebbe essere una pala di metallo) e V 38. Potrebbesi anche ritenere mazza lo strumento della fig. 7 tav. V. Molto incerti gli oggetti tav. I 23, II 6 e IV 3. La fig. I 24 è certo uno strumento metallico da taglio. La fig. II 9 direbbesi di un oggetto di legno o di osso (una zappa pri­mitiva ?).

     Uno strumento di bronzo di monte Bego che indubbia­mente non si può riferire se non al principio dell’età del ferro od al periodo di transizione fra questa e la precedente, è quello della figura 9, tav. IV. Evidentemente, non ostante l’eccessivo allungamento del manico, è il manufatto che i nostri paletno­logi sono concordi nel chiamare rasoio lunato, e concordi pure nell’attribuirlo ai detti periodi dell’industria preistorica. Ai pun­tini che a questa come ad altre figure fanno corona già si è accennato.

     Tenendo conto anche di questo strumento, di quasi sicura identificazione, la cronologia di monte Bego, quale può essere desunta dall’esame di manufatti riconoscibili, pur con talune riserve, nelle incisioni, mentre si potrebbe far risalire fino al­l’alba della civiltà dei metalli, abbraccierebbe quella del bron­zo, e scenderebbe forse agli inizi di quella del ferro (1.) Nella prima metà dell’età del bronzo, monte Bego vide probabil­mente il maggiore sviluppo della sua iconografia (2). Ma la

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  1. Colini, Bull. di paletnol. ital., XLI (1915), pag. 48 segg. Anche I’Issel riconobbe che alcuni manufatti figurati a monte Bego possono risalire alla prima età de! ferro (Liguria preist., pag. 533. Secondo il Déchelette (Manuel, cit., II, pag. 3) la prima età del ferro incominciò nelle regioni occi­dentali europee verso il 900 av. Cristo.
  2. Anche secondo il Montelius, Chron. cit., pag. 17 e Civ. prim. cit., colonna 907 segg. del testo, la maggior parte delle figure di monte Bego do­vrebbero essere collocate nelle prime fasi della età del bronzo.

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documentazione ha finora troppe lacune; ed occorrono sopra­tutto elementi di controllo, che dovrebbero essere tratti da in­dagini, che non fossero di pura tipologia. Ne offrono qualche saggio le due Note che seguono (1).

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  1. Trattasi però sempre per ora di elementi cronologici molto vaghi. Si potrebbe qui citare l’impronta di piede incisa in val Fontanalba (tav. I 20). Impronte di piedi preistoriche su rocce si ritrovano oltralpe, sopra tutto nei Vosgi ed in Savoia, e se ne incontrano pure nella Scandinavia. Sono attribuite all’età del bronzo od al principio del ferro. Bull. archéol., 1918, 2e livraison, p. CXXX-CXXXI.

Tavola III
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I I I

Simboli e riti

     E’ fuori dubbio che nella nostra Tav. IV 1, 2 e IX 1, 8, e in molte altre figurazioni consimili di monte Bego noi vediamo buoi che tirano l’aratro. Sono scene agricole per noi interes­santissime, perché ci fanno interpretare con sicurezza altre figure che chiameremo genericamente figure cornute. Queste a monte Bego sono le più numerose e forse le più importanti. Più della metà delle incisioni ripete fedelmente, o con semplificazioni e varianti, il segno grafico con cui vengono disegnati gli animali che vediamo aggiogati agli aratri.

     Nelle figure cornute sta racchiusa gran parte delle inco­gnite di monte Bego. Un ingenuo convenzionalismo le ha variamente schematizzate, ma la figura più comune è quella di un corpo quadrangolare o rotondeggiante, cui le corna sono aggiunte (tav. III; V 31, 37).

     Spesso il corpo ha un prolungamento a guisa di coda, o anche appendici laterali, che sembrano rappresentare orecchi e gambe (Tav. III 2, 4, 5, 6, 8, 9, 18, 23, 27; IV 2, 11; V 31, 32, 34, 35, 36, 37; VIII, 2; IX 1). Talora fra le corna si vede una sporgenza, probabilmente il muso (Tav. III 3, 4; V, 37), e qualche volta due punti, forse gli occhi (Tav. III 6; V 37).

     Fu trovato singolare che gli artisti primitivi di monte Bego dessero del corpo e testa dell’animale una specie di proiezione orizzontale quale potrebbe essere percepita da chi osservasse l’animale stesso dall’alto. Dai tempi più antichi sono pervenute fino a noi molte altre figure di quadrupedi, ma tutte sono di-


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­segnate più o meno di profilo laterale. Il Bicknell acutamente osservò, che in paesi alpestri accade frequentemente di guardare il bestiame dall’alto. Ma si può pur considerare che per gli artisti di monte Bego la parte caratteristica, significativa del disegno erano essenzialmente le corna. Infatti del corpo se ne fa talora a meno, e le corna sono disegnate perfino senza la testa (Tav. VI 102). Affinché dunque le corna apparissero bene entrambe, nulla di meglio che presentarle a quel modo, distin­tamente e simmetricamente profilate di prospetto e per intero. Da questo modo di presentarle derivava la necessità di unire il resto della figura al prolungamento prospettico della base delle corna. Per quegli artisti prolungare la figura aggiungendo il corpo a destra o a sinistra del paio di corna sarebbe stata una difficoltà insuperabile e mostruoso l’effetto (1).

     Nella tav. I 25 e X 2 dove teste di bòvidi sono colle­gate ad una ruota, si ha l’assurdo che la ruota è disegnata da un lato della testa come se questa la tirasse di fianco. Le corna si dovevano assolutamente vedere entrambe e di prospetto.

     Nelle figure cornute il disegno delle corna è variabilissimo (2). Il Bicknell, che, insieme ad altri, aveva dubitato trattarsi di svariati mammiferi, e qualche volta di insetti, finì con per­suadersi che nella figura cornuta si ha sempre un’imagine o simbolo del bue (3). La miglior prova sta nel fatto che gran­de varietà di corna vi è anche nelle figure cornute aggiogate agli aratri (Tav. IV 7).

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  1. Su teste di bovi gli artisti che decorarono le caverne paleolitiche della Francia piantarono le corna come se fossero viste di fronte, mentre la testa e il corpo dell’animale sono di profilo laterale (Déchelette, op. cit., I, pag. 250 segg.).
  2. Alcune corna sono bizzarramente ramificate (tav. VI, 103).
  3. Una testa, indubbiamente bovina, cretese (età minoica) ha le corna ramificate come la nostra fig. 103, tav. VI delle Meraviglie, (Mon. Ant. dei Lincei, XIV, pag. 571).

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     Seguendo nelle incisioni l’evoluzione – se graduale evoluzione vi fu – del segno rappresentante il bóvide (la distinzione fra bue, toro e vacca forse vi è, ma è ancora da interpretare) (1), si rileva, che la sua schematizzazione giunse al punto di non essere il segno quasi più riconoscibile (Tav. III 24, 25, 32; IV 6).

     Diventato cosi una specie di disegno ideologico, lo troviamo scolpito il più sovente in piccole dimensioni e con una rego­larità e sicurezza che potrebbero essere indizio di un perfeziona­mento della tecnica avvenuto col tempo e raggiunto da individui specializzati nel lavoro (Tav. IX 4). L’autore delle figure più rozze, e forse più antiche, poteva anche essere un artista im­provvisato; le più accurate e schematizzate fanno congetturare di qualcuno che conservava una tradizione, si conformava ad un rito, scolpiva segni, di cui egli per suo istituto ben cono­sceva il significato ed il valore.

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     Le figure cornute si presentano talvolta con strane com­plicazioni. Nella tav. III 16, V 36, ad esempio, le teste si vedono munite di un terzo corno. Nell’iconografia gallo-romana non mancano teste taurine aventi un terzo corno in mezzo alla fronte (2), e nell’est della Gallia furono trovate in gran numero

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  1. Veggansi ad esempio i due segni diversi accoppiati nella tav. X, 3. Veggasi anche il gruppo della tav. VI, 102.
  2. Renel, Les religions de la Gaule avant le Christianisme (Annales du Musée Guimet – Bibliothèque de vulgarisation), Paris, 1906, pag. 240. S. Reinach, Orfheus, histoire générale des religions, 1914, pag. 166 segg. Espérandieu, Recueil général des bas reliefs de la Gaule, tome VII, I (Germanie Supérieure), 1918, pagg. 80, 88.

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figurine anche più antiche, per lo più di bronzo, rappresentanti un toro con tre corna. Pare che non sia rara questa mostruo­sità nei parti bovini, e vi furono sempre annesse idee super­stiziose. Altre nostre figure presentano teste con due paia di corna (tav. III 1; V 31, 32, 33, 35), e sarebbe da spiegare se rappresentano, nell’intenzione dello scultore, uno solo o, per abbreviazione, due animali. Ma potrebbe anche darsi che alla moltiplicità di corna corrispondesse uno speciale significato o valore della figura. Si hanno altresì accoppiamenti speciali di due o più figure cornute (tav. III 4, 5, 15, 22; V 32), ed è abbastanza frequente il caso di due teste rivolte una contro l’altra (tav. III 6, 29 e IX 4). Sono tutti accoppiamenti che aspettano la loro interpretazione. Veggasi a tal riguardo lo strano accoppiamento della fig. 32, tav. V, e la stranissima fig. 10 tav. III, il cui calco è da val Fontanalba.

     Il segno cornuto, oltre accoppiarsi con altri dello stesso genere, spesso si accompagna o aderisce a figure di armi, di utensili o ad altre figure di carattere più complesso.

     Qui occorre fare un’osservazione generale suggerita dalle frequenti combinazioni delle cornute con altre figure. E’ evidente che deve essere mantenuta una distinzione tra le figure cornute assolutamente isolate e stanti a sé o che entrano come elemento integrante in una scena come quella dell’aratro in azione (Tav. IV, 1, 2) e le altre che appaiono semplicemente aggiunte ad un disegno già per sé completo (tav. I 11; II 6; IV 2; V, 13; VI 74, 77, 79, 81, 83, 84, 86). Guardando queste ultime non può non correre il pensiero alle figure votive del nostri santuari ed anche al diffusissimo uso della figura cornuta come simbolo protettivo o segno apotropaico, uso che risale a remota antichità (1). Ben

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  1. Colini, Bull. di paletnol. ital,, XXXVI (1910), pag. 108. Orsi, Bull, cit., XXIII (1897 pagg. 94, 117; Cartailhac, Mon. prim. des Iles Baléares, pagg. 68, 69.

 

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sappiamo che in qualche paese esso non è ancora del tutto perduto, e coll’uso la fede. Devoti simboli ad invocazione della divinità, dediche votive, emblemi protettori, segni di scongiuro formano un solo ordine di manifestazioni religiose o superstiziose uscite spontaneamente dalla psiche di tutti i popoli ed in tutti i tempi.

     Notevole in particolare tra le nostre figure è quella della tav. IV 2. Ivi si vede aggiunta al gruppo dell’uomo che guida l’aratro la figura cornuta che abbraccia insieme uomo, buoi ed aratro.

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     Presso l’uomo primitivo, avanti alla concezione antropomorfa della divinità, prevalse generalmente la zoomorfa. Nelle più antiche genti mediterranee le figura mistica zoomorfa più diffusa fu a lungo quella del bue, il forte animale dallo sguardo mite e profondo, associato all’uomo nell’opera di fecondazione della terra. Nel bóvide dalle potenti corna spesso fu adorato il Sole, la divinità suprema alimentatrice e fecondatrice della vita.

     Pare che già in età neolitica si avesse la figura cornuta con significato simbolico, se è vero che sono da considerare sotto questo aspetto alcuni disegni incisi su monumenti d’oltralpe megalitici di quell’età. E non mancherebbero altre prove.

     Nell’età del bronzo sono frequenti nei paesi bagnati dal Mediterraneo le protomi bovine. Compaiono sulle abitazioni della Licia, sulle stoviglie di Hissarlik, a Cipro, a Micene, a Creta. Non è inverosimile quanto fu già affermato, essere Mi­nosse il nome cretese primitivo del Toro divino, adorato anche in Mesopotamia ed in Siria.

Tavola IV
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     In Sicilia, dove la civiltà enea si svolse sotto la diretta influenza egeo-micenea, figurazioni plastiche di corna bovine uscirono dagli scavi dell’Orsi; e notevolissime sono, per le evi­denti relazioni da una parte colla civiltà cretese e dall’altra colla iconografia di monte Bego, le felici scoperte fatte in Sar­degna negli ultimi anni. Rinvenimenti svariati di oggetti e di ruderi dimostrano, che la Sardegna dei tempi nuragici aveva conosciuto e praticato il culto ad una divinità sotto figura bo­vina (1). Per l’Italia continentale possiamo citare con molte riserve l’ansa lunata delle terremare, della valle della Vibrata, di palafitte venete, di stazioni eneolitiche del Bresciano e del Veronese. Il Déchelette ed il Grénier pensavano che anch’essa dovev’avere un significato religioso e simbolico, qualche cosa di comune con le corna sacre egee e lacustri. Ma è opinione

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  1. Déchelette, Manuel, cit., IX, pag. 470 segg. Per le supposte corna incise su monumenti megalitici vedi Déchelette, op. cit., I, pagg. 610-611 e fig. 245. Dussaud, op. cit. Ch. Vile. Schiaparelli sostenne, fin dal 1883, che sono Sardi i Sardana effigiati sui monumenti egiziani: essi hanno sul piccolo casco due corna lunate, come hanno le corna sul copricapo le statuette di guerrieri sardi, di cui il Pinza in Mon. Ant. dei Lincei, XI, col. 215 segg. e tav. XIII- XIV. Cfr. anche Bull. paletn. it. XXX (1904), pag. 200 segg. La identifica­zione dei Sardi coi Sardana è pur sostenuta dal Taramelli in Bull. cit. XXXIX (1913), pag. 107 segg. Circa il culto di una divinità bovina in Sardegna il Ta­ramelli stesso, illustrando le mirabili scoperte del tempio nuragico della fonte di Santa Anastasia a Sardara (Sardegna), vi riconosce la « manifestazione di un intimo e profondo concetto religioso protosardo » e « la conferma che anche la Sardegna conobbe questo culto ad una divinità bovina comune a tante regioni d’Europa a partire dall’epoca neolitica, e si viene anzi a segnare una nuova tappa nella diffusione dì tale culto che si era già seguita alla Sicilia dall’Egeo, e di là appariva interrotta sino alle Baleari ed alla penisola iberica » (Mon. Ant. dei Lincei, XXIV, col. 55 segg.) A monte Bego con certezza vediamo nei segni cornuti della tav. III 24, IV 6, VI 2 la stessa figura che è presentata da una scultura frammentata del tempio di Santa Anastasia. Tale figura il Taramelli (op. cit., col. 88 segg.) non dubita sia connessa col rituale religioso. E non mancano nelle incisioni di monte Bego altri confronti coi ri­trovamenti sardi.

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tutt’altro che provata: ben diversa origine potrebbe essa avere. Più tardi, sporadicamente, vediamo le anse lunate diffuse pure in altre parti dell’alta e media Italia. Dalle palafitte svizzere si ebbero oggetti di pietra o di terracotta lunati, che furono dapprima interpretati (come consimili, dell’età del ferro, di Go­lasecca) quali capezzali, ma che ora, dopo le scoperte dell’Evans a Creta, più verosimilmente si giudicano oggetti aventi relazione con idee religiose od apotropaiche.

     Agli inizi dell’età del ferro appartengono numerosi pendagli-amuleti con protomi bovine raccolti nel Piceno e nell’I­talia meridionale (1).

     A nord dei Balcani e delle Alpi le figurazioni bovine prei­storiche sono assai meno frequenti. In complesso una statistica

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  1. Pigorini, Appunti per lo studio delle stoviglie arcaiche con l’ansa cornuta (Bull. di paletnol. ital., XV, pag. 65 ), 1889. R. Battaglia, Intorno alle origini e all’età delle più antiche abitazioni lacustri dell’Alta Italia (Rivista di antropologia, XXI, pagg. 56-65 dell’estratto). Déchelette, Manuel, cit., II, pag. 120 e 374. Grenier, Bologne villanovienne et etrusque, Paris, 1912, pagg. 225-26 e 235. Per i « capezzali » delle palafitte svizzere: Déchelette, op. cit, II, pag. 472 segg. e Munro, Stations lacustres, trad. francese, Paris. 1908, pag. 278. Anche il Munro pensa che trattisi di oggetti in relazione col culto del toro. Per gli oggetti simili di Golasecca: P. Castel­franco, Capezzali di Golasecca. (Bull. di paletnol. ital. IV, 1879). Il Munro ritiene probabile che questi oggetti delle palafitte svizzere fossero originaria­mente fissati alle porte delle capanne. Veggansi i cinerari fittili a capanna dell’Italia Centrale (Montelius, Chron., cit., tav. XXVI e B. p. (1894) XX, pag. 188. Circa i « capezzali » delle stazioni lacustri della Svizzera, il Taramelli (Monumenti dei Lincei, XXV. col. 55 segg.), col Paribeni (Bull. paletn. it. XXX pag. 305) ritiene dimostrato che trattasi di corna di consecrazione; e così pure per i « capezzali » di Golasecca.
    Per i pendagli a protomi bovine del Piceno e dell’Italia meridionale vedi Dall’Osso, Museo nazionale delle Marche e dell’Abruzzo – Guida illustrata del museo nazionale di Ancona, Ancona, 1915, pag. XLV segg. Secondo il dall’Osso, dal Toro (italos) sarebbe nato lo stesso nome d’Italia: l’immagine del toro sarebbe stata adottata come speciale designazione zoomorfa della su­prema divinità solare da un popolo preellenico, che appunto per ciò chiamava sé stesso italoi. Ma sono note al riguardo le discusse etimologie.

 

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dei ritrovamenti darebbe certamente la sensazione che il centro di diffusione di quelle figurazioni sia da ricercare piuttosto nei paesi bagnati dal Mediterraneo orientale e meridionale. In uno studio pubblicato in questi Atti ebbi ad accennare al simbolo solare del Cigno. Al contrario del simbolo bovino, esso ebbe verisimilmente origine nordica. Sotto i cieli dell’Europa fredda e brumosa il Sole scendeva alla sera sul gran fiume che cir­conda la terra, e ritornava ad oriente accompagnato dai can­didi aligeri delle acque nordiche. A Trana abbiamo trovato il Cigno disposato ad un simbolo appartenente al mito solare, la Ruota, figura pur essa diffusissima quale rappresentazione del Sole e, ad un tempo, del suo movimento di translazione (1). Come tale, la ruota ed i suoi derivati (croce, cerchio puntato, semplice cerchio) continuano ad essere figurati nell’ultimo pe­riodo dell’età del bronzo, ed anche dopo. Sui vasi dell’indu­stria villanoviana la Ruota compare frequentemente insieme al Cigno. A monte Bego la ruota, il cerchio, la croce si mostrano invece colla testa di bòvide.

     Fra le corna della testa bovina a Micene ed a Creta sii rinvenne piantata la bipenne sacra (2). A Palaicastro, su di un’arca, la bipenne sacra era dipinta su una testa bovina, le cui corna terminavano ramificate precisamente come nella no­stra fig. 103, tav. VI, di val Meraviglie (3). Al posto della

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  1. Barocelli, Manufatti preistorici della torbiera di Trana (Atti­ d. soc. piem. di archeol., IX, pag. 101-124). « Le cygne était l’attribut de l’Apollon hyperboréen, du dieu habitant les régions du Nord… Lorsque le dieu revenait à Délos après son séjour chez les peuples du Nord, il était monté sur un cygne ou sur un char conduit par cet oiseau migrateur. C’est ainsi que le représentent notamment les peintures des vases attiques ». Déchelette, Ma­nuel cit., II, pag. 422).
  2. Dussaud, cit., pag. 388-89. Paribeni, Monumenti antichi dei Lincei, XIX, 43.
  3. Vedi la figura in Mon. Ant. dei Lincei, XIV, pag. 571.

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bipenne nelle nostre figure della tav. VI 105 (val Meraviglie) e 106 (val Fontanalba) è inciso il cerchio puntato, vale a dire il disegno della primitiva ruota di legno (1), ed in quelle della tav. VI 104 (val Meraviglie) e tav. IV 4 (val Fontanalba) par di vedere combinata od accennata la croce (2).

     I disegni di cerchi non puntati si trovano spesso isolati: esempio quello della tav. VI 61 preso da calco. Sono però non infrequenti i casi di corna formanti cerchio (tav. III 17 e IV 5). Nella fig. 102, tav. VI (tratta da fotografia) si trovano in gruppo due corna, una testa bovina con corna flesse a cer­chio ed un cerchio inciso in pieno. È un gruppo tanto più no­tevole essendone tale l’esecuzione da farlo porre tra i più rozzi e primitivi. La testa cornuta è fra quelle di notevoli dimensioni.

     Se a Villanova la ruota poteva ormai essere diventata un -semplice motivo ornamentale, nelle nostre incisioni essa indub­biamente si presenta con valore di simbolo. Molto dimostrativa è la fig. 25 tav. I. È la fotografia di un calco ricavato presso i laghetti Celesia in val Fontanalba. Vi si scorge una ruota adorna di cinque pendagli ed a sinistra, in alto, la testa cor­nuta. Le congiunge una striscia serpeggiante, di cui tra le in­cisioni di monte Bego si hanno altri esempi. Veggasi nella tav. IV 8 la figura di aratro isolato, colle striscie, probabil­mente di pelle, destinate a fissarlo al giogo, e veggansi pure le striscie congeneri della fig. 1, tav. VIII.

     Probabilmente chi incise la nostra ruota adorna volle rap­presentare non solo una ruota ma un intero carro. In tal caso si sarebbe facilmente portati a pensare alle note artistiche ma­nifestazioni che nei Carri del Sole ci lasciò l’antichità an­che fuori d’Italia. Di un carro abbiamo una figura anche più

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  1. Déchelette, op. cit., II, pag. 457.
  2. Déchelette, op. cit., II, pagg. 458-460.

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sicura e completa in un’altra incisione. La nostra fotografia 2, tav. X, presa direttamente sul posto, in val Meraviglie, ci mo­stra il fianco del carro, il timone ricurvo, e, sul timone, verso l’estremità, appare anche qui la testa cornuta (1).

     Nulla finora ci autorizza ad affermare che effettivamente nelle due descritte incisioni si sia voluto figurare il Carro del Sole. Se così fosse, ne emanerebbe non solo un importante dato cronologico, ma anche una fondata interpretazione di molte delle figure cornute di monte Bego. Essa le metterebbe in re­lazione con quel culto solare che ebbe sì larga diffusione dall’Eufrate e dal Nilo sino al Reno ed al Danubio, dai tempi preistorici a quelli in cui si adorò Mithra, Ra ed Apollo. Le incisioni di monte Bego rappresenterebbero così una localiz­zazione e mistica esaltazione del diffusissimo culto (2).

     Ma è ben noto quante forme assunse il culto degli ani­mali sacri nelle antichissime religioni, e quanti animali furono oggetto di religiosa venerazione. Non sarebbe al tutto invero­simile che presso un popolo di agricoltori il bue fosse stato venerato come il più prezioso dono della divinità. Così nelle

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  1. Per i « carri del Sole » vedi Déchelette, op cit., II, pagg. 413-18. Come è noto, rappresentazioni di « carri del sole » furono trovate, per l’età preelleniche, nel bacino dell’Egeo, e, pure per l’età del bronzo, nel nord d’Europa. In esse i carri son trascinati da cavalli: nelle figurazioni invece di monte Bego sono tratti da teste bovine. Un disco di osso trovato nella terramare di Castione dei Marchisi molto verosimilmente è quanto resta di una rappresen­tazione di carro solare (Schiff Giorgini, Bull. di paletnol. ital., XXXVII, pagg. 17 segg.).
  2. Pampanini, Le sculture preistoriche, ecc., in « In Alto », Udine, luglio-dicembre 1916. Deonna, Revue archéol., settembre-ottobre 1916, pag. 240 e specialmente pag. 256. Sopra la nota stele preromana di Novilara (Pi­ceno) con orologio solare v. Dall’Osso, op. cit. pag. 174 e fig. a pag. 170. In tempi storici (I sec. d. Cristo) si vede ancora l’accoppiamento delle corna e della ruota su elmi scolpiti nei trofei dell’arco di Orange. La persistenza della tradizione in paesi gallici si può anche riconoscere nel noto Giove gallo-romano dalla ruota (vedi Déchelette, Manuel cit., II, pag. 466).

 

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vicine regioni galliche è dimostrato dalla onomastica e dalla toponimia celtica, che esisteva un culto assai arcaico del toro (1). A monte Bego poi abbiamo condizioni topografiche, le quali possono anche indurre a congetturare che fosse oggetto di culto il monte stesso. Divinizzarono le loro montagne le genti semitiche dell’Asia: furono adorati dai Galli il Gran San Bernardo, il Donon, il Ventoux, il Puy de Dôme. Se si am­mettesse anche per monte Bego il concetto della divinizzazione, sarebbe pure possibile che fosse stato adorato sotto forma bo­vina come, sotto altri aspetti, furono adorati altri monti. La configurazione di monte Bego, i colori singolari e la leviga­tezza delle sue rocce, la vetta lungi dominante ed ergentesi nuda su una vastità di dense foreste, certamente gli davano particolare carattere di potenza e di mistero.

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     A monte Bego, oltre figure nelle quali è lecito riconoscere l’idea del simbolo, non mancano altre che fanno pensare alla celebrazione di riti.

     La figura della tav. VIII 3, isolata su una spaziosa roccia quasi verticale di val Meraviglie, richiama il tipo di quegli altari o costruzioni religiose che furono fatte conoscere dalle esplorazioni del bacino dell’Egeo (2). Un disegno affine è quello della tav. VI 100. Vi si vede una accetta, che si direbbe

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  1. Renel, cit. pag. 182, 197. I Liguri in tempi storici adoravano an­cora divinità agricole (Déchelette, II, pag. 496).
  2. Dussaud, cit., pag. 336-37, fig. 251 e 252 a pag. 344-45 e fig. 254 a pag. 347. Sotto l’influsso, pare, della civiltà egea, anche in Ispagna si ebbero altari pel culto (Déchelette, Manuel cit., II, pag. 81 e 476, fig. 25).

Tavola V
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la frequente accetta di culto preistorica, innastata su una co­struzione rettangolare la quale è guardata e quasi sorretta da uno dei soliti simboli, doppiamente cornuto.

     Ma in argomento di riti si incontra in val Meraviglie, poco prima di arrivare al primo lago, un quadro di anche più si­cura interpretazione. E’ inciso sopra una roccia schistosa non in posto perché franata dall’alto. Presenta un personaggio che porta sul petto la testa di bovide (1), e che alza le braccia nel noto, antichissimo, atteggiamento di orante (tav. X 1).

     La testa cornuta che il personaggio ha sul petto è disegnata sopra una specie di cotta che gli scende ai fianchi. Più in giù egli è avvolto in una pelle di animale la cui coda gli pende fra le ginocchia (2). I piedi della figura sono entrambi volti a sinistra come in una stele delle Selve di Filetto appartenente ad un gruppo di stele antropomorfe raccolte in vari luoghi della Lunigiana, gruppo che, dal lato artistico, si distingue dalle celebri stele di Fivizzano per il maggiore sviluppo del rilievo e del dettaglio, e si distingue pure per le armi. Le stele di Fivizzano sono dal Montelius attribuite alla prima età del

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  1. H. Ferrand crede doversi vedere nella testa bovina un totem (in « La Montagne », pubblicazione del Club Alpino francese, Luglio-Settembre, 1915). Non è nuovo nell’iconografia preistorica il modo di rappresentare in un viso umano gli occhi ed il naso con una specie di Y.
  2. La nostra figura può portare un nuovo dato alla questione già fatta e non sufficientemente risolta, se le figure umane di monte Bego sono vestite o ignude, e se la striscia pendente fra gii arti inferiori significa il sesso. V. tav. II 14, 15, 17, 18; tav. IV 1 e 2. Nella detta figura si rileva con sicurezza la base rettilinea della striscia. Che la gente non fosse ignuda è dimostrato anche dall’uso di cingoli con cui portavano le armi (tav. II 5; V 26; IX 3; X 5). Anche lo Stiegelmann in « Revue préhistorique, Luglio 1909-Maggio 1910, riconosce nell’accennata striscia la coda della pelle. Fra gli abiti dei Sardi preromani era un grembiale di cuoio, che proteggeva le gambe ed il ventre. Una pelle come quella portata dai nostro orante era vestita in identico modo dal sacerdote egiziano.

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bronzo (1). Il sovra accennato gruppo ha un altro riscontro colla nostra incisione. Una stele, pure della Selva di Filetto, ed una di Malgrate mostrano la stessa acconciatura del capo a sbuffi laterali che si vede nel nostro orante. Ha invece ri­scontro in due stele di Fivizzano un’incisione che nel quadro di val Meraviglie è a destra della figura umana, e che ci offre il disegno di due pugnali, uno sopra l’altro, le lame in di­rezione opposta (tav. V 28). Sulle stele di Fivizzano sono scol­piti pugnali di identico tipo.

     Altri due pugnali, di cui uno con cingolo (tav. V 26), sono figurati dal lato destro del quadro, in alto, ma sono di tipo diverso e di diversa lavorazione. Vi è pure una quinta arma – sembra una cuspide di lancia, a cannone – la quale ha la punta rivolta al capo dell’orante, ma dev’essere di precedente fattura. L’estremità della lama venne abrasa e come cancellata probabilmente per far posto, da quella parte, al profilo della testa umana.

     Potrebbero invece, per la loro singolarità, appartenere al quadro dell’orante due figure incise alla sua sinistra. Un po’ in alto è uno strumento (tav. V 30) a lama assai larga ogivale con manico sottile, diritto, munito d’una specie di ghiera presso la base della lama. Si accosta, nel profilo della lama, a varie fogge di palette rituali di cui furono trovati esemplari in Etruria e nel Veneto, e che appartengono ad età posteriore a quella del bronzo (2). Ma potrebbe pur essere un coltello di uso

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  1. U. Mazzini, Monumenti celtici di val di Magra, Genova, 1908; id. Statue menhirs di Lunigiana, Parma, 1910. Vedi in proposito anche il Déchelette, op. cit. II, pag. 490.
  2. Milani Palette sacrali dell’Etruria, B. P. XXIX, 1904, pag. 28 segg.; Ghirardini, Palette primitive italiche B. P. XXVII, 1902. pag. 120 segg.

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specialissimo. In tutta l’iconografia di monte Bego è uno stru­mento finora unico.

     Un altro disegno parimenti unico appare più a destra (tav. V, 45). Presenta un piede bifido ed un fusto allungato, che in alto si slarga orizzontalmente con tre prominenze, una grossa al centro e due più alte e sottili a destra e sinistra. Fu giudicato figura umana, e potrebbe essere, ma sarebbe molto diverso dal tipo degli altri uomini di monte Bego.

     A destra di quest’ultima figura appare infine un disegno lineare (tav. VI, 36), uno dei tanti disegni incomprensibili di, monte Bego dei quali dirò poi. Nulla indica se e quale rela­zione abbia colla vicina figura umana.

     Nel primo momento in cui fu scoperto, il nostro orante ricevette il nome di chief of the tribes. L’esame che ne abbia­mo fatto, non contrasta col nome. Anche nell’antichità storica spesso i capi delle tribù erano ad un tempo gli intermediari tra il popolo e la divinità, come doveva essere il nostro per­sonaggio, il quale, adorno il petto dell’immagine sacra, pare in atto di mistica invocazione.

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     Accanto al culto della tribù fioriva certamente la paurosa superstizione. In alto la divinità benefica, da cui dipende ili fiorire delle messi e la distruzione dei nemici; dal basso le mi­naccio dei maligni spiriti da allontanare coi potenti scongiuri degli stregoni. Anche oggi in quei luoghi rimangono nomi paurosi: Macruera, val Masca (nel VII sec. masca=strega) (1), val-

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  1. Ed. di Rotari.

 

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d’inferno, Cima del Diavolo. Lo stesso nome della vetta do­minante (Bego), secondo alcuni dotti, par che in lingua celtica suoni maligno, infausto (1).

     La minacciosa figura che esce armata dal fondo della no­stra fotografia (tav. VII, 4), si direbbe rappresentare il genio del male di monte Bego. A destra è disegnata una grossa forca dai denti rivolti in su, la quale sembra uscire anch’essa dalla terra. A sinistra, in alto, qualche figura cornuta, forse pavidamente aggiunta più tardi a titolo di scongiuro (2).

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     Citerò infine una figura che si ripete in val Fontanalba, e che potrebbe rannodarsi anch’essa ad una concezione magica o religiosa. Ha tutto l’aspetto di un serpente (tav. X, 4), l’a­nimale misterioso, che ebbe culto presso le genti mediterranee, e la cui figura in tempi protostorici ed anche storici si mani­festò in simbolismi vari.

     Le rocce istoriate di monte Bego stanno pur esse a di­mostrare che presso l’uomo primitivo la figura disegnata e scolpita era anzitutto forma e funzione di pratiche magiche e di culto. Soltanto nelle civiltà posteriori l’arte del disegno servì a scopi profani e di diletto.

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  1. Vedi Issel, Lig. preist., pag. 489 nota 1.
  2. Sgombrato il piede della roccia su cui è incisa, la paurosa figura apparve intera. Ne dà un’idea completa il disegno 39, tav. V.

Tavola VI
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I V

Il mistero grafico

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     Il Rivière, dopo la sua visita alle Meraviglie, ne distinse le incisioni in figure di animali, figure di armi e strumenti, figure di difficile interpretazione ed aventi carattere più o meno geo­metrico.

     Una consimile classificazione fu adottata anche dal Bicknell, con qualche maggiore specificazione (gli uomini, gli aratri), e separando dall’ultima categoria del Rivière le pelli di animali, i disegni di capanne e proprietà e le figure geometriche (1).

     Un’osservazione si può fare. Tolte pochissime eccezioni, le figure di armi, strumenti, aratri, uomini, animali e pelli di ani­mali furono dagli artisti di monte Bego incise con punteggia­tura in pieno: i disegni invece di capanne e proprietà (Tav. IV 1o, 12) hanno parti in pieno e parti a semplici linee: le geometriche sono generalmente formate di sole linee (2).

     Le figure incise in pieno non presentano per lo più dif­ficoltà ad essere interpretate: per le figure di capanne e pro­prietà nulla finora contrasta la felice intuizione che ebbe il Bicknell quando ebbe così a definirle. Restano di difficile interpretazione tutte le altre figure, figure lineari, sulle quali specialmente, io credo, dovrebbe fermarsi l’attenzione di chi intendesse cercare tra le incisioni di monte Bego le eventuali

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  1. « A Guide ecc. » pag. 39.
  2. « A Guide ecc. » pag. 52. Il tipo di questi disegni si può ravvisare nella nostra tavola VIII 4. Per altra ipotetica interpretazione vedasi la nota (3) pag. 12.


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tracce di una qualche scrittura primitiva. Intanto possiamo ri­levare, che in parecchie delle incisioni a semplici linee, se attentamente esaminate, non è difficile riconoscere la schema­tizzazione di figure abbastanza riconoscibili. E’ molto comune il concetto, che i segni di scrittura furono inizialmente figure ben note di cose reali aventi qualche relazione coll’idea o col suono che si voleva durevolmente fissare in un segno visibile.

     La lettera dell’alfabeto fenicio A(aleph) è, a quanto si ri­tiene, la figura schematizzata della testa di bue (in lingua fenicia, aleph) (1). Anche a monte Bego noi vediamo ridotta frequen­temente ad un segno lineare la figura della testa bovina. Quel segno che, schematizzato, è aggiogato all’aratro nella tav. IV 6, noi lo incontriamo spesso ripetuto, con svariate modifica­zioni, isolato od in unione con altre figure lineari (tav. VI 1 a 12, 87, 88, 98).

     Un’altra figura schematizzata è forse quella del falcetto, quale sembra di vederlo nella Tav. VI, 47, 48. Tra i caratteri lineari di una delle tavolette minoiche esiste lo stesso disegno accompagnato da un’asta verticale come nella nostra figura 48.

     Si trova forse schematizzato e variamente modificato anche quel tipo di figure (2), che dal Celesia, dal Bicknell, dall’Issel furono interpretate come pelli di animali (tav. VI 49 a 56).

     Un’altra figura più o meno schematizzata noi possiamo verosimilmente riconoscere nella tav. VI 73 a 86. Quasi da nessuno furono sinora riconosciute figure di scudi fra le inci­sioni di Monte Bego. Ma l’arma difensiva per eccellenza, la più antica, quella cui possedeva già l’uomo quaternario (3), non doveva certamente essere ignota ai preistorici di monte

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  1. Taramelli in Mon. Ant. 1900, pag. 499.
  2. Il tipo può vedersi nella tav. I 19 e V 41.
  3. Déchelette cit., I, pag. 607-611.

Tavola VII
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44   –   ARCHEOLOGIA E BELLE ARTI
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Bego. L’antichissimo scudo consisteva essenzialmente in uno scheletro o graticcio di legno, su cui era stesa una grossa pelle. I disegni 73 a 86 della Tav. VI, sono tali da dare appunto l’idea del profilo e dello scheletro dello scudo, e sono disegni che a monte Bego, abbondano (1).

     Come appare dalla tav. VI queste figure sono spesso ac­compagnate dalla testa bovina alla stessa guisa che abbiamo visto per le armi offensive. Nella fig. 73, si scorge una figura a profilo di scudo che è tenuta sollevata da un uomo insieme ad un’accetta o bipenne. Questa figura ha analogia con dise­gni della tav. II 14, 15, 16, 17, 21, rappresentanti uomini che alzano in atto di minaccia o di giubilo le loro armi al cielo. Anche le accennate figure di scudi si trovano a monte Bego in svariate combinazioni con altre (Tav. VI 91).

     Tra le figure lineari di monte Bego potrebbero aver im­portanza anche dal punto di vista di un’ipotetica scrittura le ruote, cerchi e loro derivati. E grande il numero di questi se­gni, soli od uniti ad altri di analogo carattere. Nella tav. VI noi vediamo figure varie di ruote e cerchi, anche complicate (61 a 71, 89 a 95, 57, 98). In esse sarebbe vano ricercare l’oggetto che rappresentano, e occorrerebbe definirle bizzarre esercitazioni di oziose fantasie. Ma troppo remoto era il monte e troppo ardua l’ascesa, perché, in tempi ben lontani dal no­stro turismo alpino, non fosse molto serio lo scopo dei seco­lari pellegrinaggi di tante genti, e perché in quelle innumeri incisioni si debba supporre, come fece il Gioffredo, invenzioni

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  1. Anche nella caverna quaternaria del Castillo (Spagna) gli scudi sono disegnati colle sole linee dello scheletro di legno. Lo stesso in un grande qua­dro di una caverna boschimana dell’Africa. Veggansi le figure nel Déchelette op. cit. I, fig. 106,107.

 

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di oziosi per passare il tempo (1).

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     Come è facile rilevare, segni ben noti di antiche scritture si ripetono non poche volte nella nostra tav. VI (2), ma nulla finora ci autorizza a riconoscere nei nostri segni una deriva­zione, sia pur lontana, da caratteri altronde pervenuti. Se però non è ancor lecito parlar di scrittura a monte Bego, ad ogni modo non parrà fuor di luogo affermare, che qualche cosa di simile ad una scrittura la civiltà del bronzo può aver lasciato fra quelle incisioni. A Creta la stessa civiltà lasciò un vero corpus epigrafico (3) nelle tavolette minoiche a caratteri li­neari, delle quali senza dubbio un giorno sarà messa in luce l’importanza nel campo della filologia e della preistoria. E prima che terminasse la stessa età l’alfabeto egeo cretese certa­mente nella penisola iberica già si era diffuso.

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     Non mancò chi escluse assolutamente che fra i disegni di val Meraviglie e Fontanalba si abbia qualche rappresentazione grafica di idee (4); ma anche vi fu chi, pur non ravvisandovi alcuna scrittura nell’ordinario significato della parola, ammise

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  1. Press’a poco dallo stesso parere furono L. Clugnet cit., De Albertis Crociera del Corsaro, 1884 e G. De Mortillet.
  2. A proposito di queste citazioni comparative è inutile aggiungere che oggi, allo stato degli studi su monte Bego, ogni confronto in siffatta materia oltrepasserebbe il segno se non fosse limitato a far conoscere la possibilità di uguali risultati nel lavoro indipendente e spontaneo di mentalità primitive.
  3. Fu attribuito all’età del bronzo, e precisamente al minoico medio III, il disco a scrittura geroglifica scoperto dal Pernier. Da allora apparvero a Creta le tavolette a caratteri lineari.
  4. L. Blanc, op. cit.

Tavola VIII
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46   –   ARCHEOLOGIA E BELLE ARTI
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che si dovrebbero tentare interpretazioni considerando le figure come una specie geroglifici (1).

     Più espliciti furono, sia pure senza poter offrire positive dimostrazioni, il Rivière e l’Issel.

     Il Rivière suppose geroglifici e segni simbolici in quelle figure che sono ripetute più o meno frequentemente in eguali o differenti combinazioni. Non totalmente contrario a questa opinione fu il Bicknell (2). Può darsi, egli ragionava, che le genti, le quali per un’idea religiosa andavano lassù annualmente in pellegrinaggio, lasciassero fra quelle rocce, a ricordo della loro visita o di altri fatti, sigle o marchi, che potevano anche avere un significato simbolico. Ma nell’accozzamento di quei segni si ha troppo raramente la possibilità di cavarne gruppi intenzionali e gli indizi di una certa qual ordinata disposizione che faccia pensare ad una scrittura. Per molti gruppi vi è anche la difficoltà di decidere se tutte le figure che li compon­gono sono contemporanee. Tuttavia il Bicknell stesso riconobbe l’esistenza di segni complessi o tipi di figure molte ripetuti, le quali accostate di proposito o racchiuse le une nelle altre po­trebbero avere un significato (3). Un solo gruppo gli dà l’idea di un seguito di forme alfabetiche: quello della nostra fig. 99 tav. VI (4).

     Arturo Issel, che incessantemente si interessò alle esplora-

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  1. Moggridge, cit. Il Montelius pure suppose a m. Bego una scrittura ideografica.
  2. « A Guide » p. 66.
  3. Vi sono a monte Bego, come fu accennato a pag. 5, anche gruppi di figure racchiusi in una linea continua, ma resterebbe a conoscere, se la linea abbia lo scopo di indicare una relazione tra le figure che essa racchiude, o semplicemente delimitare un’area che chi scolpiva o faceva scolpire intendeva riservare alle proprie incisioni.
  4. Un’altra osservazione del Bicknell è questa, che alle Meraviglie è, in genere, peculiare la schematizzazione delle figure. Egli riteneva che le rocce di val Meraviglie e quelle di Fontanalba non fossero state istoriate dalla stessa

 

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zioni del Bicknell, lo consigliò sempre di raccogliere in grandi calchi quei gruppi di figure nei quali sembrasse che esse aves­sero relazione fra di loro. « Si tratta evidentemente, affermava l’eminente paletnologo, di una scrittura ideografica, simbolica nella quale certi segni assai semplici stavano per acquistare, e forse avevano già acquistato il significato di caratteri fonetici » (1).

     Secondo Flinders Petrie, in argomento di origine della scrittura, fin dall’epoca della renna si usarono segni, di cui al­cuni molto simili alle lettere che vennero dopo. Erano segni che servivano come indicazione di proprietà, una specie di bolli o stemmi individuali. E’ un’opinione discutibile, ma, per asso­ciazione di idee, essa ci porta col pensiero a quegli stemmi o « cartelli » dei Faraoni, da cui si ebbe uno dei primi sprazzi di luce per la lettura dei geroglifici. A monte Bego insegne o stemmi o « cartelli » probabilmente non mancano (2). Ne potrebbero essere esempi le nostre fig. 42, 43, 44, tav. V e la fotografia 7 della tav. IX. Riconosciuti con sicurezza, ci apri­rebbero forse anch’essi qualche spiraglio sul mistero grafico di val Meraviglie e Fontanalba (3).

     L’Hornes non dubita di affermare che « la scienza non conosce più nobile meta per l’acume dell’umano intelletto di quella di giungere a decifrare ed interpretare antichi documenti scritti » (4).

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  • gente. Quelle di val Meraviglie offrirono finora le incisioni più interessanti, e alcune che potrebbero oggi essere giudicate le meno antiche.
  1. Issel, cit. pag. 535.
  2. Bicknell, cit. pag., pag. 55; Issel, op. cit., pag. 524, 525.
  3. Sempre nel concetto di interessare gli studiosi alle questioni di monte Bego, ho raccolto nella tav. VI, fig. 1 a 72, un saggio di numerosi disegni li­neari, che si vedono talora isolati, talora raggruppati con altri. Lo sottopongo ai competenti in fatto di antichissime scritture. E così pure alcuni singolari gruppi di segni (fig. 87 a 99).
  4. « L’Uomo » cit.

Tavola IX
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V

Conservazione e studio delle incisioni

     Le rivelazioni che escono dalle incisioni rupestri di monte Bego sono senza dubbio destinate anche ad allargare notevol­mente le nostre cognizioni in fatto di industrie preistoriche, specialmente dell’età del bronzo. Armi e strumenti, di cui nei soliti ritrovamenti non si scoprirono d’ordinario che gli avanzi metallici, in quelle incisioni si incontrano completi con manici cingoli ecc. Nessun documento dell’età del bronzo ci parla dell’industria agricola come i manufatti e le scene scolpite su quelle rocce. Un aratro costrutto press’a poco come quello che si usò comunemente fin quasi ai nostri giorni, è l’aratro che si vede nella tav. IV 8, IX se in molte altre incisioni. Potrebbero essere arnesi agricoli anche quelli della tav. I 8, 23, 24; II 9, 18, 20; IV 3; V 25, 38, 40. Si vedono tal­volta aggiogati insieme tre buoi, quattro, sei (tav. IX r, 6, 8). Evidentemente si lavoravano terre molto forti, di pianura (1). Nella fig. 11, tav. IV il Bicknell vedeva perfino l’erpice, l’attrezzo agricolo con cui si livella la terra arata, si coprono le sementi, si strappano le male erbe (2).

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  1. Notisi che i preistorici di monte Bego appoggiavano il giogo al collo dei buoi (tav. IV, 2). In Francia, Spagna e Svizzera il giogo è assicurato alle corna, uso che si osserva anche nei bassorilievi della colonna traiana. In Italia oggi il giogo si appoggia al collo, uso probabilmente antichissimo se è vero che il lavoratore della terra è tenacissimo conservatore della usanze tradizionali. Columella (II, 2) raccomanda di fissare il giogo al collo piuttosto che alle corna, come è costume in certe provincie, perché, dice, la forza del bue è nel collo e non nelle corna. Cfr. anche Plinio, Nat. Hist. 45, 70.
  2. Op. cit., pag. 42.

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     Ma le rocce incise di monte Bego sono pagine di un libro, che si è appena incominciato a leggere. Molte di queste pagine sono fino ad oggi indecifrabili: altre stanno ancor sepolte al piede di rocce franose o celate nel seno di scoscesi anfratti.

     Monte Bego per la grandiosità dei suoi panorami selvaggi e belli, per l’incanto dei numerosi piccoli laghi fu da taluno chiamato il Righi delle Alpi Marittime (1). Se quel pittoresco e non troppo elevato massiccio alpino fosse elvetico, avrebbe da tempo strade, alberghi, funicolari. Tuttavia non mancano escursionisti italiani e stranieri, che nella buona stagione per curiosità o per amore della montagna si spingono fino lassù. A rompere la solitudine di monte Bego vi sono pure i pastori che tutti gli anni arrivano coi loro greggi, e salgono anche al livello delle rocce incise. E’ ovvio che il passaggio di esplo­ratori e la permanenza di pastori non possa essere senza peri­coli per la migliore conservazione delle incisioni, e sarebbe non conoscere la natura dell’uomo fare esclusivo assegnamento sul rispetto e sulla discrezione che dovrebbero ispirare quelle reliquie di una umanità da noi così lontana. A sorveglianza e tutela dell’iconografia di monte Bego si sono presi provvedi­menti, e si è data ufficialmente qualche disposizione; ma, au­mentando ogni giorno la possibilità di vandalismi, occorrono ormai, e si stanno studiando, altre condizioni di vigilanza sul posto, condizioni le quali vi rendano, ad un tempo meno ma­lagevoli gli studi e le esplorazioni.

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     Nessuna gente preistorica, in nessun paese, lasciò in così

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  1. S. Navello in Riv. del Club. Alp. it., 1882. Veggasi il laghetto a tav. VII 2.

 

Tavola X
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50   –   ARCHEOLOGIA E BELLE ARTI
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breve spazio tanta orma della propria civiltà quanta i preisto­rici di monte Bego. Ed anche cosi singolare. Quelle rocce isto­riate ci additano un fenomeno etnico che rimane quasi isolato: a certe particolarità delle sue manifestazioni non si saprebbe dove cercar riscontro. Forse solo in Sardegna, mercé i ritro­vamenti degli ultimi anni, si ha la sensazione di qualche fase di civiltà che ha attinenze colle rivelazioni di monte Bego.

     « Sa Majesté la pioche » — la prediletta del Taramelli — già gli aveva rivelato un culto nuragico a divinità bovina: ora gli ha messo in luce un tempio ipetrale prenuragico ad una divinità superna, che egli chiama Sardus Pater, Sole, Dius. Nel recinto del tempio la divinità è rappresentata da un sasso a doppio cono e da un altro inciso a triangoli.

     Il Taramelli aveva intravveduto — e seppe colmare — una soluzione di continuità sulla via percorsa dalla civiltà egea fino ai lidi iberici. Altre interruzioni probabilmente rimangono sul prolungamento di quella via — o di altre vie — interruzioni che potrebbero essere la ragione per la quale monte Bego, nella luce crepuscolare in cui tuttora lo vediamo, ci appare quasi come stante a sé ed isolato.

     Fortunatamente, oggi, esso non è più né il monte Bego favo­loso del Gioffredo, né quello pauroso del Celesia. Fu ventura che uno straniero di volontà pari ai mezzi, già volto ad altri studi, abbia po­tuto adempiere parte di un compito che dell’archeologia italiana era ben degno. Speciali circostanze ci invidiarono l’esplorazione si­stematica delle non lontane grotte di Grimaldi. Non dovrebbe accedere lo stesso per quest’altra notevole parte del nostro patrimonio scientifico. Ma finora, in ragione della sua importanza, troppo poco in Italia se n’è parlato, pochissimi i paletnologi cui av­venne di occuparsene. Le stesse pubblicazioni del Bicknell, la­menta il Déchelette che rimangono « malheureusement peu accessibles », mentre, secondo lui, « les célébres gravures du

 

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district de monte Bego » sono « un document graphique du plus haut intérêt pour l’histoire des Ligures » (1). Senonché lunga è ancora la strada perché si possa uscire dal campo delle mere ipotesi (principale appunto l’etnica): molto il da fare se non si vuole che quelle rocce continuino ad essere l’enigma archeologico delle Alpi Marittime. Si riduce a ben poco ciò che fino ad oggi le 14.000 figure offerte dal Bicknell ai nostri studi ci hanno rivelato intorno ai costumi, alla provenienza, alle vicende della gente che le incise. Conosciamo soltanto che doveva essere una gente ricca di belle armi da guerra, di be­stiame domato al lavoro e di ben costrutti aratri. Era dunque in possesso di una civiltà avanzata nell’uso del metallo e nella coltivazione della terra, e, di conseguenza, doveva avere, di qua o di là delle Alpi, una stabile sede e, con questa, un re­golato ordinamento sociale. Ciò che conosciamo basta appena a dimostrare l’importanza di tutto l’ignoto da penetrare.

Piero Barocelli

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  1. Op. cit., II, pag. 15 e 493, nota 2.

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TRACCE digital open-access reprint. Original reference:
Barocelli P. 1921, Val Meraviglie e Fontanalba (note di escursioni paletnologiche), Atti della Società Piemontese d’ Archeologia e Belle Arti, vol. X, fasc. 1, 51 pp., X tavv.



T A V O L E


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