Filippo Gambari, archeologia e arte rupestre

Filippo Maria Gambari

Giovedì 19 novembre 2020 Filippo Maria Gambari, archeologo preistorico, direttore del Museo delle Civiltà di Roma,  ha lasciato questo mondo. Nel corso della sua vita di studioso ha approfondito vari aspetti della scienza archeologica: sono molti i luoghi e i temi della preistoria alpina (e non solo) che grazie alla sua progettualità e al suo impulso sono stati affrontati con grande attenzione. Tra questi, il tema dell’arte rupestre ha assunto un ruolo non certo di secondo piano. E’ doveroso ricordare lo studioso in queste pagine, che proprio all’arte rupestre sono dedicate.

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 Filippo Maria Gambari,
archeologia e arte rupestre

in memoriam

Filippo Maria Gambari, 19 ottobre 2003

 

Giovedì 19 novembre 2020 Filippo Maria Gambari, archeologo preistorico, direttore del Museo delle Civiltà di Roma,  ha lasciato questo mondo. Nel corso della sua vita di studioso ha approfondito vari aspetti della scienza archeologica: sono molti i luoghi e i temi della preistoria alpina (e non solo) che grazie alla sua progettualità e al suo impulso sono stati affrontati con grande attenzione. Tra questi, il tema dell’arte rupestre ha assunto un ruolo non certo di secondo piano. E’ doveroso ricordare lo studioso in queste pagine, che proprio all’arte rupestre sono dedicate.

Un ultimo saluto, Filippo.

SIT TIBI TERRA LEVIS – κούφη σοι κόνις ἥδε πέλοι

 

Andrea Arcà*, Angelo E.Fossati**, Paolo Listello

* Cooperativa archeologica Le Orme dell’Uomo; [già] Gruppo Ricerche Cultura Montana
** Università Cattolica del Sacro Cuore; Cooperativa archeologica Le Orme dell’Uomo

 

Ho incontrato per la prima volta Filippo Maria Gambari nel  1988, nel corso degli incontri organizzati in val d’Aosta, con la collaborazione della S.Va.P.A. – Société Valdôtaine de Préhistoire et d’Archéologie, per la redazione della Scheda Internazionale di Arte Rupestre delle Alpi occidentali. Mi occupavo già da oltre un decennio delle incisioni rupestri non figurative della bassa Valle di Susa, e gli studiosi interessati all’argomento “coppelle e canaletti” non erano certo molti, soprattutto in ambito istituzionale,  né tantomeno accademico. Filippo era uno di questi, rara figura di archeologo ben consapevole di come l’arte rupestre, anche quella non figurativa, rappresenti un elemento di primaria importanza nella consistenza del patrimonio archeologico pre- e protostorico, in particolare in area alpina e piemontese. E’ questo un elemento che lo accomuna ad un’altra figura di spicco per l’archeologia dell’Italia nord-occidentale, Piero Barocelli,  fecondo pioniere nel primo quarto del ‘900 degli studi nell’area del polo alpino di arte preistorica figurativa del Monte Bego, anch’egli direttore del Museo Pigorini.

La tavola coppellata di Crô da Lairi (Val Chisone), nell’illustrazione di Luigi Togliatto Amateis (1997), lettura interpretativa di Filippo Maria Gambari

Come membro del GRCM-Gruppo Ricerche Cultura Montana, per il suo interesse per l’area alpina non potevo che trovare in lui un solido e attento interlocutore, collaborazione che comprendeva altre figure, ben presto “amici”, quali Alberto Santacroce ed il compianto Livio Mano del museo di Cuneo. Gli incontri in soprintendenza, per i quali è sempre stato sinceramente disponibile, non erano solo momento di confronto, ma anche e soprattutto  occasione di rapporto umano.  Già solo sulla base di questi pochi elementi emerge chiaramente come Filippo fosse in grado,  per sua intuizione e precisa scelta progettuale, di coinvolgere figure provenienti da ambiti diversi, istituzionali e non, e di promuovere  una serie di percorsi di ricerca che molto hanno contribuito all’avanzamento degli studi, sempre sulla base di una profonda conoscenza di dettaglio del territorio e di una visione della ricerca archeologica aperta alla collaborazione e alla condivisione.

Nelle sue parole, per l’arte rupestre si rende necessaria una “presa di coscienza da parte di tutti della irrinunciabilità di un patrimonio archeologico ed etnografico che è importante non per i suoi esiti artistici ma per la sua capacità, se correttamente interpretato, di dare in qualche modo voce, per differenti periodi storici e per aree geografiche diverse, a classi sociali, a sfere culturali o a gruppi di popolazioni altrimenti lasciati in ombra dalla storia e dall’archeologia tradizionale” (1990, introduzione a La Pietra e il Segno).

3 maggio 2006, Filippo Maria Gambari in sopralluogo presso le pitture rupestri di Costa Seppa, Mompantero (Valsusa – TO)

Molti sono i progetti portati avanti grazie alla sua spinta, scientifica, organizzativa e progettuale, che varrà la pena ricordare e approfondire con maggiore dettaglio, ricordando anche nell’ambito della Soprintendenza la collaborazione con sua moglie, Marica. Per ognuno di questi progetti  mi contattò, per molti insieme ad Angelo Fossati, proponendomi l’idea, e chiedendomi di realizzarla, come attività di survey, di ricerca e di documentazione.  Mi limito a citarli, elencando la documentazione e lo studio delle rocce coppellate di Chiomonte  (1992), delle incisioni e delle pitture rupestri di Mompantero (1994 e 1996), delle rocce a coppelle e pediformi dell’Albedosa  (1995), delle rocce a coppelle di  Bric Lombatera in valle Po (1998) e di quelle della Bessa (2000 e 2002), delle pitture rupestri della Rocca di Cavour (1999) e della Balma ‘d Mondon (1999), del complesso coppellato della Colma di Vigezzo  (1998 e 2002) e delle stele calcolitiche di Tina (2006).

3 maggio 2006, Filippo Maria Gambari interpreta le pitture rupestri di Costa Seppa, Mompantero (Valsusa – TO)

Ricordo con particolare emozione il lavoro di redazione e di elaborazione dei pannelli per la mostra e per il volume Immagini dalla Preistoria,  realizzati in occasione della XXXII riunione scientifica IIPP (Alba, settembre 1995), e il quaderno didattico di archeologia rupestre La figura sulla roccia (1997), non comune esempio di apertura mentale verso esperienze archeologiche rivolte al mondo della scuola del primo ciclo.

Una vita preziosa, quella di Filippo, una perdita irrecuperabile, una mancanza che si farà sentire, umanamente e personalmente.

AA

 

Conobbi per la prima volta Filippo Gambari nel novembre del 1989 a Firenze, in occasione della XXVIII Riunione Scientifica dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, dedicata alla memoria di Paolo Graziosi. Si parlava di arte preistorica in Italia dal Paleolitico all’età del Bronzo e Filippo aveva illustrato le pitture preistoriche della Rocca di Cavour, pannello dipinto che qualche anno dopo potemmo studiare proprio grazie ad un incarico ricevuto dalla Soprintendenza Archeologica del Piemonte, dove Filippo era ispettore.

In realtà già conoscevo Filippo di nome, perché in Valcamonica se ne parlava come uno degli studiosi del “gruppo di Milano”, appellativo con cui collettivamente venivano indicati quelli che avevano studiato all’Università degli Studi di Milano e che negli anni ’70 avevano partecipato ai lavori del Centro Camuno di Studi Preistorici, soprattutto durante le campagne di rilievo. E quindi oltre a Filippo, di questo eterogeneo gruppo facevano parte anche altri studiosi in realtà più anziani di Gambari, per es. De Marinis e Tizzoni, ma in realtà l’unico che aveva un rapporto stretto con Gambari era solo Luigi Malnati, quasi coetaneo. In ogni caso questa frequentazione “camuna” di Gambari doveva aver lasciato il segno nella sua formazione e nei suoi interessi, visto che a distanza di anni Filippo aveva continuato ad occuparsi di arte rupestre, specialmente nelle Alpi occidentali. Dopo essere entrato in carica come ispettore della Soprintendenza, infatti, Filippo aveva sostenuto le nostre ricerche in Val di Susa, soprattutto quelle dell’area di Mompantero dove un interessante gruppo di pitture rupestri con figure di cavalieri e guerrieri in stile bi triangolare era stato scoperto nel 1991. Questo tema dei cavalieri gli era sempre stat ocaro, tanto che era diventato un punto di discussione tra noi. Egli era tra quelli che pensavano che l’arte rupestre della Valcamonica mostrasse figure di cavalieri già dal Bronzo Finale, prima dello stile IV 1 (IX/VIII-metà del VII sec. a.C.), perché riteneva che i cavalli potessero essere cavalcati “a nudo”, cioè senza briglie prima dell’introduzione dei morsi, cosa che io ritenevo improbabile. Negli anni ’90 quindi ebbi modo diverse volte di discutere con lui, direttamente sui siti rupestri oppure ai congressi, sulle varie problematiche relative alla datazione e all’interpretazione dell’arte rupestre.

Marzo 1994, Filippo Maria Gambari, Marica Venturino e Angelo Eugenio Fossati al convegno Le Alpi nell’Antichità a Chatillon

Questo suo interesse per l’arte rupestre alpina è riscontrabile nei suoi numerosi articoli, spesso riassuntivi delle ricerche svolte sotto la sua direzione come ispettore della Soprintendenza.

La sua attenzione per l’arte rupestre è testimoniato anche dalle tante visite private ai siti rupestri alpini. Ne ricordo due in particolare: a Foppe di Nadro in Valcamonica, nel giugno 2005, dove gli mostrai una pittura rupestre che avevo scoperto qualche anno prima, e a Montjovet-Chenal, dove nel novembre 2010 volle essere accompagnato ad osservare, in anteprima, un riparo con figure incisi simili all’arte megalitica, parete rocciosa che avremmo studiato solo l’anno successivo, una delle scoperte più interessanti nel panorama dell’arte rupestre alpina.

Chenal (AO), 20 novembre 2010, Filippo Maria Gambari, Marica Venturino e Damien Daudry in visita al riparo inciso

Il suo interesse per l’arte preistorica era evidente anche in altri siti non alpini: ricordo la visita da lui accompagnata alla Grotta del Caviglione (presso i Balzi Rossi a Ventimiglia) con la  Société Valdôtaine de Préhistoire et d’Archéologie, dove Filippo ebbe modo di soffermarsi sull’interessante figura di quadrupede là incisa nel Paleolitico.

19 giugno 2011, Filippo Maria Gambari illustra la figura paleolitica di quadrupede incisa nella Grotta del Caviglione (Balzi Rossi, Ventimiglia)

Negli ultimi tempi aveva proposto il tema degli animali per il Colloquio Le Alpi nell’Antichità (che dovrebbe svolgersi l’anno prossimo ad Aosta), tema che mi confidò, aveva pensato potesse essere di grande interesse per chi, come me, studia l’arte rupestre alpina, e dove le raffigurazioni animali giocano una parte importante durante vari periodi cronologici.

Per ora bastino queste brevi note, ma ci ripromettiamo di ripercorrere il suo interesse per l’arte rupestre nell’occasione di un ricordo più ufficiale del suo lavoro scientifico.

AEF

 

Ci conoscemmo nell’ambito della ricostruzione storica dell’età del Ferro,  le sue conferenze sono sempre state di un interesse assoluto,  divulgatore di grande valore. Essendo io un produttore di Idromele mi sono spesso rivolto a lui per le mie ricerche sui metodi di produzione dell’idromele arcaico. Si è sempre mostrato gentile e disponibile. Da ogni parola traspariva la passione per il suo lavoro.

PL

 

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