La Pera Cunca ed il Truchet

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La Pera Cunca

Il Canavese, fin dal Medioevo, ha rivelato la presenza di numerosi massi recanti incisioni rupestri. Tale produzione di segni sulla pietra sembra essere maggiore e diversificata man mano che si sale di quota. Al contrario, scendendo verso il fondo valle, le pietre incise risultano minori per quantità e quasi esclusivamente a coppelle.

by Enrico Gallo

TRACCE PHP-Nuke version, 2002-2011

La Pera Cunca ed il Truchet


Confronto tra due massi coppellati della bassa valle della Dora Baltea

INTRODUZIONE

Il territorio che circonda lo stretto imbocco della Valle d’Aosta è stato interessato, durante i periodi glaciali dell’Olocene, da notevoli fenomeni di erosione e dalla formazione di depositi di detriti dalle dimensioni ragguardevoli.

L’enorme lingua glaciale proveniente dalla Valle d’Aosta creò un vasto anello di detriti che, con il ritiro del ghiacciaio, trasformò il paesaggio cingendolo di nuove colline moreniche. L’anfiteatro morenico d’Ivrea ha una forma arrotondata ed un diametro medio di circa 30 Km. Il fiume Dora Baltea lo attraversa da Nord a Sud e divide il territorio in due parti, per cui si parla di Serra morenica d’Oriente (la più estesa e famosa) e quella d’Occidente, condivisa con la limitrofa Valchiusella. Gli affioramenti di rocce dioritiche vennero pesantemente levigati dalla massa glaciale in movimento, mentre venivano trascinati e depositati massi erratici dalle dimensioni ciclopiche.

Il rapido mutamento climatico che segnò la fine dell’ultima glaciazione (poco più di 10000 anni fa) portò al repentino ritiro del ghiacciaio da cui emerse un terreno fertile che fu presto ricoperto da vegetazione boschiva.

In età romana, riferendosi ai testi di Strabone, il Canavese ed Eporedia (Ivrea) erano già ben noti per le loro caratteristiche ambientali e produttive. Invece quasi nulla sappiamo delle popolazioni che si sono avvicendate nel territorio prima dell’età storica. Le documentazioni archeologiche segnalano la presenza di insediamenti umani già nel Neolitico (a Montalto Dora). I dati provenienti dai vari siti locali confermano, a livello cronologico, una frequentazione continua e senza interruzioni di rilievo fino all’Età del Ferro (a Pavone Canavese). La scoperta dell’abitato palafitticolo di Viverone (Cultura di Viverone, Media Età del Bronzo) ha dimostrato l’alto livello organizzativo, sociale e probabilmente culturale raggiunto dalla popolazione locale già in tempi protostorici.

Anche se di essi non si può per ora dire molto (a parte le scarne informazioni archeologiche), è probabile che gli “autori” dei due massi incisi di cui si parlerà più avanti appartengano a due delle diverse popolazioni preistoriche che frequentarono, seppure in tempi differenti, il territorio circoscritto dalla collina morenica.

LA PERA CUNCA (LA PIETRA CONCA)

La sub-regione descritta nell’introduzione, denominata Canavese fin dal Medioevo, ha rivelato la presenza di numerosi massi recanti incisioni di vario genere e di epoche diverse. Tale cospicua produzione di segni sulla pietra sembra essere maggiore e diversificata man mano che si sale di quota. Al contrario, scendendo verso il fondo valle, le pietre incise risultano minori per quantità e quasi esclusivamente con una tipologia a coppelle.

Vista generale della Pera Cunca

Ma è proprio dalle quote più basse che proviene la prima segnalazione in Canavese di un masso recante profonde incisioni a coppelle. La rivelazione fu fatta sul finire degli anni venti al Soprintendente di quel tempo e fu definita, negli anni successivi, un “masso-altare”. La pietra, un masso erratico, era già nota da tempo e veniva chiamata tradizionalmente dagli abitanti “Pera Cunca” ossia “Pietra Conca o Concava”.

Essa si trova sulle pendici più meridionali dell’Anfiteatro morenico di Ivrea nei pressi di Caravino, tra le ultime colline che testimoniano la massima estensione a sud della lingua glaciale. E’ probabile che sia quest’ultimo il responsabile della presenza in loco della pietra, che la depositò quando il ghiacciaio iniziò a ritirarsi.

Vista dall’alto (non perpendicolare)

La località, chiamata Lusenta, è immersa nei boschi di querce e castagni e si trova, in linea d’aria, a metà strada tra i comuni di Borgomasino, Caravino e Cossano, proprio nei pressi del triplice confine fra i citati paesi. La zona, oggi dismessa e lontano dal traffico urbano, nei secoli passati era più frequentata e la strada ben curata che passava nei pressi permetteva con rapidità di spostarsi da un paese all’altro. A poche centinaia di metri dal sito dove giace la Pera Cunca, una cappella riedificata malamente nell’ottocento si trova davanti all’incrocio tra le tre carrarecce provenienti dai villaggi.

Numerosi massi costellano la zona resa brulla dalle colline moreniche, ma nessuna altra pietra presenta incisioni interessanti o di un certo significato. La Pera Cunca è posizionata a ridosso della sommità della collina, appena inclinata ed è, forse, soggetta ad un lento scivolamento sul lieve pendio rivolto a nord-est.

Particolare del gruppo A in luce radente

La pietra incisa ha una forma vagamente cilindrica, avente un diametro di circa due metri ed un’altezza media di un metro. La parte interna è dominata da una grossa cavità di forma grossolanamente ovale. Le venature caratteristiche della pietra le conferiscono un’origine metamorfica. La pietra infatti è un micascisto con estese inclusioni di quarzo ed è abbastanza comune nella zona. Un po’ meno comune invece è la forma generale del masso che non appare, ad un esame superficiale, essere stata modellata artificialmente. E’ probabile, anzi, che proprio tali caratteristiche (la forma cilindrica e la vasca centrale) le abbiano conferito un posto “speciale” rispetto alle altre pietre circostanti.

Vista da ovest (in primo piano il gruppo C)

Per alcuni decenni la Pera Cunca rimase l’unico masso inciso segnalato in Canavese fino a quando, all’inizio degli anni ’70, un gruppo di studiosi volontari appena costituitosi (il Gruppo Archeologico Canavesano) individuò numerose altre manifestazioni di arte rupestre. A quegli anni risale il primo accurato disegno della pietra, realizzato da Giuseppe Vachino.

Il primo disegno della Pera Cunca (G.Vachino)

Attorno alla grossa vasca centrale ellittica ( avente un larghezza massima di circa 90 cm.) si distribuiscono le coppelle che sembrano raggrupparsi in tre zone distinte (contrassegnate da A, B, C nel disegno). Da un punto di vista ergonomico è possibile osservare che le zone corrispondono ai tre punti di più facile accesso per chi intendesse fare “qualcosa” sulla superficie del masso o sulla vasca centrale.

Rilievo fotografico della Pera Cunca (E.Gallo)

Il gruppo A è quello che presenta il maggior numero di coppelle (in totale 6 coppelle collegate da canaletti) tra le quali la più grande misura ben 15 cm di diametro ed una profondità di 6,5cm. La sezione di quest’ultima risulta essere a “V” (da cui si può ipotizzare una esecuzione con strumenti metallici) e sfocia, tramite un canaletto, direttamente nella vasca centrale. La stessa coppella, a sua volta, riceve due canaletti diametralmente opposti originati nel primo caso da una coppella singola, nel secondo caso da una serie di coppelle canalizzate, dalla sezione meno regolare e di forma più arrotondata (un po’ più ad “U”). E’ da osservare che le coppelle si trovano ad altezze diverse ed un eventuale flusso di liquidi prosegue sempre nella stessa direzione (coppelle più piccole, poi coppella grande ed infine vasca centrale). A fianco della coppella maggiore un’altra di dimensioni medie, non collegata con le altre, prosegue con un canaletto verso la cavità centrale.

Il gruppo B è rappresentato da due coppelle ben definite ma di diametro diverso. Entrambe sono canalizzate in direzione della vasca. Il gruppo C presenta anch’esso due coppelle, ma di dimensioni maggiori rispetto al gruppo B. La prima è l’unica coppella di grandi dimensioni senza canaletti, mentre la seconda presenta il solito canaletto sfociante verso la vasca principale. Infine le altre piccole coppelle rivelate sulla superficie del masso risultano insignificanti o addirittura dubbie.

IL TRUCHET

Per incontrare il secondo masso inciso trattato in questo articolo bisogna attraversare il bacino dell’Anfiteatro morenico e muoversi in direzione Nord fino ad arrivare a Borgofranco d’Ivrea, ubicato proprio di fronte all’ingresso della Valle d’Aosta. Appena superato il paese, sulla destra, una strada provinciale punta decisamente in direzione dei ripidi pendii del versante orografico sinistro della Dora Baltea. Percorrendo pochi chilometri, dal fondovalle ci si arriva rapidamente in quota raggiungendo in poco tempo un dislivello superiore ai mille metri. Proseguendo ancora si incontrano il paese montano di Andrate e numerosi alpeggi, in gran parte abbandonati, relitti di un non lontano passato, quando la transumanza rappresentava ancora la principale risorsa locale di sostentamento.

Vista generale del Truchet

Dal comune di Borgofranco, percorrendo la strada descritta, dopo solo un chilometro si incontra la frazione di Biò, situato in una zona ancora pianeggiante ma a ridosso dei rilievi che manifestano qui, più che in altri luoghi, la loro gigantesca mole.

Proprio nel mezzo dell’ampio pianoro, recintato e di proprietà privata, emerge un compatto affioramento di rocce dioritiche la cui cima emerge di circa 15 metri d’altezza rispetto al piano circostante. Esso è testimone della forza del ghiacciaio che, secondo i geologi, raggiunse in questo punto uno spessore di quasi un chilometro e che conferì una forma più piatta e levigata al complesso dell’affioramento roccioso. Sono ancora ben visibili le strie glaciali, perfettamente conservatesi in numerosi tratti della sua superficie, nonostante i millenni trascorsi.

Il settore sud-est della superficie incisa

Nel dialetto piemontese tali conformazioni naturali vengono chiamate “Trùc”, termine dal quale deriva il nome attribuito all’eminenza rocciosa in questione, chiamata localmente “Truchet“. Agli inizi degli anni ’90 il proprietario segnalò la presenza di cavità di forma emisferica sulla sommità del Truchet.

Fu subito chiaro che si era di fronte ad incisioni a coppelle, del tutto simili ad altre rivelate su massi incisi già noti e diffusi su tutto il territorio canavesano. Le coppelle rivelate per prime erano concentrate sul margine rivolto a Sud del Truchet, che in questo lato si presenta piuttosto elevato e a strapiombo sul piano sottostante.

Un piccolo ma facile passaggio da Est permette di raggiungere la sommità del Truchet, quasi completamente ricoperta da un sottile strato di olina popolato principalmente da Opuntiae (piccole piante grasse, simili al Fico d’India, ma adattate al clima alpino) e da arbusti come ad esempio l’Erica. Il terreno circostante il Truchet è stato in buona parte coltivato a vite per parecchio tempo, attività testimoniata dalla presenza dei caratteristici Tupiùn (sostegni per viti in pietra ed a forma di colonna), ben allineati ed ancora perfettamente conservati.

Il settore sud-ovest della superficie incisa

Le coppelle osservate sul margine della rupe, sgombre dalla copertura vegetale, suggerivano che quest’ultima celava altre incisioni (oltre la linea verde nel rilievo), per cui si provvide alla rimozione di una piccola parte del sottile strato di terra che ricopriva la roccia, cercando di limitare l’asportazione il più possibile. Durante la rimozione dello strato di olina si osservò la compattezza della stessa, quasi un “calco” naturale, che deve averci messo almeno qualche secolo per formarsi e per ricoprire la roccia. La rivelazione delle incisioni è incompleta ed altre coppelle si nascondono ancora sotto la copertura vegetale che diventa più spessa man mano che ci si allontana dal margine.

La superficie litica appena liberata si rilevò leggermente più conservata della parte esposta, non tanto per la poca funzionalità della “coperta” naturale quanto per la resistenza della roccia agli agenti atmosferici, anche se bisogna tenere conto dell’aumento dell’inquinamento locale (decisamente maggiore rispetto al sito della Pera Cunca) e più in generale delle piogge acide.

Le coppelle rilevate sono in totale 61, delle quali 5 sono allungate e di forma ellittica. Tra queste ultime una risulta la maggiore per dimensioni e profondità (16x8cm. Profondità 4,5 cm). Le incisioni appaiono uniformi per lavorazione e presentano, in sezione, tutte una forma emisferica, di modesta profondità rispetto al diametro (in media tra 4 e 8 cm), supponendo, di conseguenza, una probabile realizzazione con strumenti litici.

Rilievo nylografico del Truchet

Dando uno sguardo d’insieme si nota che alcune coppelle formano dei gruppi disordinati mentre altre sembrano disporsi in file, anche parallele. Non si osservano casi di sovrapposizione o rimaneggiamento, a parte due coppelle (quelle colorate di nero) che sono state perforate in tempi recenti per impiantare dei paletti in ferro (uno era deposto nei pressi) di sostegno. Infine non si sono rilevati canaletti e gli unici due casi dubbi sono dovuti quasi di sicuro alla stretta vicinanza tra le coppelle interessate.

CONCLUSIONI

I due massi, sebbene accomunati dalla vicinanza su scala geografica e dalle incisioni a coppelle, appaiono diversi sotto numerosi aspetti. Furono innanzitutto scelte due superfici molto differenti nel tipo di roccia, nelle dimensioni e nella giacitura. Anche le incisioni rilevate non sembrano avere nessun tratto che le avvicini nella lavorazione e realizzazione. Sulla Pera Cunca le coppelle sono profondamente scavate e canalizzate. Al contrario sul Truchet le incisioni sono molto meno profonde e non collegate. Da qui si può ragionevolmente supporre una funzione ed uno scopo diversi per le due pietre coppellate. Analogamente, considerando gli strumenti utilizzati, è possibile ipotizzare anche una datazione diversa.

Purtroppo, in entrambi i siti, non si possiede alcun indizio che possa portare all’individuazione di un contesto archeologico. Le indagini superficiali effettuate non hanno avuto esito positivo e, frugando tra gli archivi, nemmeno in passato sono emersi reperti o dati rilevanti provenienti dalle due località. Per fortuna, numerosi altri massi coppellati rinvenuti in Canavese (a Fiorano C.se, a Pavone C.se, a Lessolo e sulla Serra), simili per tipologia alle incisioni del masso di Biò, hanno prodotto materiale archeologico inquadrabile in un arco temporale che va dalla Media Età del Bronzo alla prima metà dell’Età del Ferro. Il Truchet potrebbe essere inserito in questo largo contesto temporale.

La Pera Cunca, invece, non presenta analogie morfologiche con nessun altro masso inciso della zona, mentre qualche somiglianza nella lavorazione delle coppelle si trova nel complesso del Bèc Renon (sopra Quincinetto, a 1900 metri di quota), che ha restituito qualche frammento ceramico della tarda Età del Ferro. Allargandosi su scala regionale, incisioni rilevate in Val Susa e Val Chisone rafforzano l’inquadramento cronologico a quest’ultimo periodo finale della Preistoria.

Sulla funzione e l’uso della celebre pietra fin dalle prime osservazioni del Sovrintendente Barocelli se ne era intuita una quasi certa funzione cultuale. Le coppelle canalizzate e la vasca centrale ben si adattano ai culti che prevedono libagioni su pietre sacre a forma di altare, più volte descritte dai cronisti di età romana riferendosi ai popoli indigeni preesistenti nel Nord Italia. E’ comunque necessario muoversi con cautela su tali informazioni classiche, poiché solo con questi dati (e soprattutto senza un riscontro archeologico) può essere facile arrivare a conclusioni affrettate o erronee. Ancor più nebulosa appare la motivazione che ha spinto l’uomo forse più antico a incidere le coppelle sul Truchet e su molti altri massi rilevati in Canavese: per essi bisogna ricorrere ad una spiegazione necessariamente diversa da quella della Pera Cunca. Il fenomeno della coppellazione interessò largamente e diffusamente il Canavese insieme ad altre zone e valli dell’arco alpino occidentale, ma, per ora, ci sfugge ancora il suo pieno ed intimo significato.

Enrico Gallo


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